Una differente angolazione
Vie, viuzze, strade isolate, afflizione, corse a senso unico, disoccupazione. Stanchezza, inerzia, voglia di mollare, desiderio di cambiare.
Camminare per anguste vie, sognare un futuro migliore, ogni giorno uguale all'altro. Afflizione, cambiare religione?
Non ci penso proprio, anche se Dio è lontano da me. E poi solitudine, ancora solitudine, spazi vuoti, dentro di me. Non ottenere mai niente. La falsa commiserazione, la nausea per la retorica.
Vie, viuzze, domeniche inutili, capire la felicità degli altri, gente comune che ha sempre avuto chi gli pagava il conto. Vicoli oscuri, Napoli è Giappone, è Cina, è Africa, è Brasile, è Santo Domingo, giù alla stazione il tempo non passa mai.
Facce gialle, facce nere, facce bianche. Fai tutto questo, poi accendi la televisione, e vedi sempre le stesse facce e le stesse cose. Apri la finestra sempre le stesse cose. Esci per strada, sempre la disoccupazione. La prostituzione. I ragazzi di strada, le ragazze di strada, adolescenza finita, vecchiaia lontana, zero di tutto. Situazioni in altomare, traffico metropolitano, comparse alla televisione, canzoni, poesie, l'Italia campione, ancora la disoccupazione, chi può darmi, una differente angolazione?
Questa poesia ha il ritmo di un passo che calpesta l'asfalto, un incedere nervoso, stanco eppure lucidissimo. Non c'è spazio per le finzioni qui. Si percepisce un senso di soffocamento che non nasce solo dalla mancanza di lavoro o dalle strade strette, ma da una ripetitività che logora l'anima, dove persino il tempo sembra essersi fermato. Il testo funziona come un montaggio cinematografico di frammenti di realtà. C'è un contrasto fortissimo tra l'immobilità interiore e il movimento caotico del mondo. Da un lato ci sono le "corse a senso unico", il traffico, la stazione; dall'altro, un'inerzia pesante, la "voglia di mollare" e quelle "domeniche inutili" che pesano come macigni. È una solitudine che fa male, soprattutto quando si scontra con la felicità degli altri, quella gente comune che, con una nota di amara ironia, l'autore descrive come protetta da qualcuno che "ha sempre avuto chi gli pagava il conto". C'è il rifiuto totale per la retorica e per la "falsa commiserazione", perché chi soffre davvero non vuole compassione da salotto, vuole risposte, vuole concretezza. L'uso dei luoghi è straordinario. Napoli diventa una lente d'ingrandimento sul mondo intero. Nei vicoli oscuri e intorno alla stazione, la città si trasforma in Cina, Africa, Brasile, Santo Domingo. Non è una semplice descrizione geografica, ma la fotografia di una babele di esistenze diverse unite dallo stesso destino di attesa e di margine. Le "facce gialle, facce nere, facce bianche" si fondono nello stesso paesaggio umano, annullando le distanze geografiche sotto il peso di una comune precarietà. Poi c'è il cortocircuito con i media e l'apparenza. Accendi la televisione e vedi le stesse facce, la retorica dei successi nazionali come "l'Italia campione", le canzoni e le comparse. Ma basta spegnere lo schermo, o semplicemente aprire la finestra, per ritrovare esattamente la stessa immutata realtà: la disoccupazione, la prostituzione, i ragazzi di strada la cui adolescenza è già finita troppo presto. Questo contrasto tra la finzione televisiva e la durezza della strada accentua il senso di nausea e di vuoto. Il finale è un grido soffocato, una domanda che resta sospesa nell'aria metropolitana: "chi può darmi, una differente angolazione?". Non è una rinuncia, è una richiesta d'aiuto e, al tempo stesso, un atto di resistenza. L'autore riconosce di essere bloccato in una prospettiva che toglie il respiro e cerca disperatamente uno sguardo nuovo, un modo diverso di vedere e di vivere che possa finalmente rompere questo circolo vizioso. È una poesia nuda, cruda, che non cerca di essere rassicurante, ma che proprio per questo vibra di una verità profondamente umana

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