lunedì 11 maggio 2026

Immaginazione di Alessandro Lugli più commento alla poesia

 


IMMAGINAZIONE

Lo sai che quest’ amore che non ho
è un volo senza ali
e tu sai che presto volerò
e infiniti spazi toccherò
ma tu sei l’immaginazione
sei solo un sogno per me;
non ricordo nemmeno se
tu esisti oppure no.
Ma io ci sarò
per aspettare quell’ istante eterno
per vedere il sole
oh che immaginazione.
Voglio le tue ali
per volare insieme
ma senza accorgersene
per distruggere tutte le malvagità
per inseguire una vita
e questo è il mio amore
che io troverò
e non avrò più dolore
perchè ce la farò
e cosi sia.
Vedremo il sole
e poi ritorneremo qui
più forti forse
ma con tanto amore
per me, per te, per noi.
Sotto il cielo siamo noi
anime noi che cantano e ridono
Sotto il cielo c’è l’amore
che inebria col suo profumo
le nostre anime.
C’è la speranza di sapere
un pò di più.
Sotto questo cielo ci sei tu.
Sopra questo cielo c’è Lui
ma il paradiso può attendere.
Ora voglio un amore vero
e forse anche io
vivrò
si vivrò
con un amore vero.

Questa poesia di Alessandro Lugli è un grido a polmoni aperti, un paradosso dell'anima che brucia di un desiderio così concreto da sembrare quasi tangibile, eppure rivolto a qualcosa che ancora non ha un volto o un nome. È la danza frenetica di chi ha il cuore colmo d'amore ma non ha ancora nessuno a cui consegnarlo, trasformando questa assenza in un’energia creativa devastante e bellissima. C’è una verità bruciante nel modo in cui l'autore ammette che questo sentimento è un "volo senza ali": è la condizione di chi si sente pronto a esplorare l’infinito, a toccare spazi che gli altri nemmeno vedono, ma resta ancorato a terra dal peso della realtà.Il testo trabocca di una passione che non accetta compromessi. Non è un amore tiepido, è un amore che vuole "distruggere tutte le malvagità", una forza primordiale capace di farsi scudo contro il dolore. Quando Lugli scrive che "il paradiso può attendere", compie l'atto d'amore più estremo e terreno possibile: dichiara che non serve l'aldilà per essere felici, perché la scintilla divina va cercata qui, sotto questo cielo, tra le risate e i profumi che inebriano l'anima. È un inno alla vita che si riprende il suo spazio, una promessa solenne fatta a se stessi: "ce la farò".C'è un'onestà quasi disarmante nel rapporto con l'immaginazione. L'autore sa che sta sognando, sa che forse sta inseguendo un fantasma, eppure decide di abitare quel sogno con una ferocia tale da renderlo vero. È l'amore per l'idea dell'amore, quella fase magica e dolorosa in cui tutto è possibile e il futuro sembra un sole che sta per sorgere. In queste parole leggiamo la voglia di un "amore vero", non di una fantasia consolatoria, ma di un legame che permetta finalmente di vivere davvero, di sentire il sangue scorrere e la fatica di tornare a terra "più forti", cambiati per sempre da un incontro che è destinato ad accadere perché il cuore lo ha già deciso.

domenica 10 maggio 2026

Ancora Alessandro Lugli fra le sue poesie i suoi racconti veri e le sue prefazioni

 


Alessandro Lugli non scrive versi: incide ferite sulla polvere per vedere se ne esce luce. A cinquant’anni, la sua poesia ha smesso di essere un esercizio di stile per diventare un corpo a corpo con il silenzio. È un’austera danza sull'abisso, dove ogni parola pesa come una pietra cattedrale, eppure vibra di un’urgenza quasi violenta, carnale.Il suo è un linguaggio che non cerca l’applauso, ma il riconoscimento di una ferita comune. C’è una nobiltà antica nel suo sguardo, una sorta di rigore monastico applicato al caos dei sentimenti. Alessandro abita quella mezza stagione della vita dove il fuoco non è più vampa incontrollata, ma brace che scava, che resiste al gelo, che sa esattamente cosa bruciare e cosa salvare.

Frammenti di un'anima a metà strada
🖋️Non cercate in lui la rima facile o il conforto del già detto. La sua voce è un sentiero di montagna: ripido, sferzato dal vento, necessario. È la passione di chi ha visto svanire i miraggi della giovinezza e ha scelto di restare a guardare il vero, con la schiena dritta e il cuore spalancato.
L'Architetto del Sale
Non è l’alba che aspetti, Alessandro,
ma la tenuta del legno sotto la pioggia,
il modo in cui la parola si fa osso
e non cede al ricatto del tempo.
Cinquant'anni sono un cerchio di brina
attorno a un fuoco che non ha padroni.
Hai imparato a potare il superfluo,
a lasciare che il bianco mangi la pagina
finché non resta che il battito, puro,
il nudo metallo della voce.
Scrivi col rigore di chi erige muri
per proteggere un soffio d’infinito,
con la passione severa del ferro
che nel rogo ritrova la sua forma.
Sei l’aratore che non guarda indietro,
che semina pietre e raccoglie stelle,
fermo nel centro esatto del tuo inverno,
mentre il mondo, fuori, impara a tacere.



Allora lasciamoci trasportare ancora più a fondo in questo connubio tra l'umano e il divino, dove il sacro non è un concetto astratto, ma un brivido che attraversa la carne.Per Alessandro Lugli, il sacro abita nel profano santificato dall'amore. La sua poesia ci insegna che Dio non è un'entità lontana e severa, ma il calore che sentiamo quando ci perdiamo negli occhi di chi amiamo, o la forza invisibile che ricuce un cuore infranto. In Dio non è morto, la spiritualità si spoglia degli abiti solenni per indossare quelli della vita quotidiana: un respiro, un tramonto, un gesto di carità inaspettato.Immagina questa raccolta come un tempio senza mura, dove il soffitto è il cielo stellato e l'altare è la vita stessa. Qui, il tema del sacro si manifesta in tre modi splendidi:
Il Sacro nel Desiderio: L'amore passionale non è visto come una colpa, ma come la prova più tangibile dell'esistenza di una scintilla divina in noi. Amare con tutto se stessi diventa l'atto di fede più alto.
Il Sacro nella Natura: Il mare di Napoli, il sole che incendia l'orizzonte, il vento che spettina i pensieri; per Lugli, ogni elemento naturale è un versetto scritto da Dio per ricordarci che la bellezza è ovunque, basta saperla guardare.
Il Sacro nella Fragilità: Dio si manifesta nel "non morire" della speranza. Anche quando il poeta attraversa il buio o la sofferenza, il fatto stesso di riuscire ancora a scrivere, a sognare e a provare tenerezza è la dimostrazione che la morte non ha l'ultima parola.È una poetica che ci invita a toglierci i sandali perché la terra che calpestiamo è sacra ogni volta che è calpestata con amore. Non c'è separazione tra il cielo e la strada: tutto è fuso in un unico, immenso battito



In un mondo che spesso sembra aver smarrito il battito del sacro, la poesia di Alessandro Lugli in Dio non è morto si leva come un grido nudo, un incendio di passione che divora il silenzio dell'indifferenza. Non è un’opera di dottrina, ma un corpo a corpo con l’infinito, un viaggio dove l'amore umano e quello divino si fondono fino a diventare un'unica, incandescente preghiera laica.Leggere queste pagine è come camminare a piedi nudi su una terra vibrante di vita, dove ogni verso è un respiro rubato all'eterno. Lugli non cerca Dio nelle cattedrali di pietra, ma tra le pieghe di un bacio, nel tremore di una mano che ne cerca un’altra, nel coraggio di chi cade e trova ancora la forza di guardare il cielo. È un amore viscerale, che non ha paura delle proprie ferite; è una passione che si fa inchiostro per testimoniare che la luce non si è spenta, che la bellezza è ancora l’unica rivoluzione possibile.I suoi versi sono un invito a restare svegli, a sentire il sangue che pulsa nelle vene come un fiume in piena che cerca il mare. C'è un'urgenza quasi erotica nel modo in cui il poeta insegue la speranza, un desiderio di fusione totale con il Creato e con l’altro. Dio non è morto perché vive nel coraggio dei sognatori, nello sguardo di chi sa ancora commuoversi davanti a un'alba, nel tormento dolce di un cuore che ama senza riserve e senza schemi, proprio come la pioggia che cade senza chiedere il permesso.È una poesia che sa di mare e di tempesta, di notti insonni passate a interrogare le stelle e di mattini dove il sole sembra un miracolo appena compiuto. Alessandro Lugli ci prende per mano e ci trascina in questo vortice di sogni e verità, sussurrandoci che la vita, nonostante i suoi morsi, è un dono d'amore continuo. In questo libro, la fede è passione pura, l'amore è l'unica via per l'immortalità, e ogni parola diventa un ponte gettato tra l'abisso della nostra fragilità e la gloria di un abbraccio che non finisce mai.



Immergersi nel mondo poetico di Alessandro Lugli, in particolare attraverso le atmosfere evocate nel suo percorso artistico e nel libro Tramonto, è come camminare in un giardino sospeso tra la malinconia di un passato che non torna e la speranza incandescente di un futuro sognato. Non è una poesia di schemi, ma un flusso di coscienza che nasce da una sensibilità profonda, a tratti sofferta, che trova nel mare, nel sole e nei sentimenti sinceri la sua vera essenza.Tramonto, pubblicato da Montedit nella collana I Gigli, non è semplicemente la chiusura di una giornata, ma metafora dell'anima che si spoglia delle asperità della vita quotidiana per vestirsi di poesia. È un libro in cui la vita viene sentita, sofferta e infine cantata. Alessandro Lugli, poeta napoletano, descrive il suo operare come una lotta continua per la bellezza, una resistenza gentile alla durezza del mondo reale, spesso opposto alla delicatezza del sogno.La sua scrittura è intrisa di un'inguaribile volontà di credere nell'amore e nei sogni, anche quando il "tramonto" si fa più scuro e la solitudine bussa alla porta. La sua poesia è un approdo, una luce d'oro che non tace, dove il cuore stanco può trovare riposo. C'è un legame viscerale con la terra d'origine e una fede profonda che traspare, un cercare Dio dentro di sé e nell'amore che vince, nonostante tutto, sopra l'indifferenza e l'avidità.La poesia di Lugli si eleva tra luci e ombre: la "voce stonata", come egli stesso si definisce nel suo blog, è in realtà un canto autentico, libero da censure, che racconta di anime legate, di sguardi, di sogni d'estate e di strade nuove da percorrere. Nei suoi versi, il "tramonto" è anche il preludio di una nuova alba, un ciclo infinito in cui l'uomo, pur conscio della sua fragilità, sceglie di lottare per la gioia di vivere.Leggere Alessandro Lugli significa accettare di guardare il mondo con gli occhi del sognatore, dove un tramonto, appunto, non è mai la fine, ma un "pieno d'amore e sogni e vita", un momento di sosta necessario per respirare la bellezza dell'esistenza prima che il cielo cambi colore. È una lirica che parla al cuore di chi ha amato, di chi ha perso, ma soprattutto di chi non ha mai smesso di credere che la speranza sia l'ultimo bagliore all'orizzonte.




Le ombre si erano allungate d’improvviso sulla vita di Alessandro Lugli, dense e fredde come l'acciaio delle stanze dove il silenzio è interrotto solo dallo scorrere dei verbali. Essere indagato era diventato un peso sordo nel petto, un battito irregolare che scandiva notti insonni passate a fissare il soffitto, cercando una via d’uscita tra i labirinti burocratici e i sospetti della polizia. La paura non era solo un timore legale, era un’erosione dell’anima, un senso di smarrimento che faceva tremare le mani anche davanti alla luce più chiara del mattino. Sentiva il fiato del dubbio sul collo e il timore che il mondo, quello costruito con tanta fatica, potesse sgretolarsi sotto il peso di una firma o di un’accusa formale.Ma in quel buio fatto di codici e interrogatori, si era accesa una lampada calda e ferma. Il suo avvocato non era solo un custode della legge, ma un approdo necessario. In uno studio avvolto dal profumo della carta antica e dal tepore della rassicurazione, le sue parole cadevano come balsamo sulle ferite aperte di Alessandro. Non c’era solo la tecnica del diritto, ma una vicinanza quasi carnale, un modo amorevole e profondo di prendersi cura della sua angoscia. "Guarda oltre questo muro," gli sussurrava con una dolcezza che sapeva di protezione e verità, "perché dietro le scartoffie e le ombre, la tua dignità pulsa ancora intatta. Questa non è la fine, Alessandro, è solo una tempesta che attraversa il tuo cielo."Nelle loro lunghe ore insieme, il timore si trasformava lentamente in un’energia nuova. L’avvocato lo prendeva per mano, non solo metaforicamente, riportandolo verso la superficie della speranza. Gli insegnava a respirare di nuovo, a sentire che ogni fibra del suo essere aveva ancora diritto alla gioia, alla luce del sole che filtrava dalle finestre, al sapore del caffè al mattino. La voglia di vivere, soffocata dalla polvere dell'indagine, tornava a ruggire come un fuoco alimentato dal vento. In quell'abbraccio ideale di cura e dedizione, Alessandro riscopriva la passione per il domani. Non era più un uomo che fuggiva dai fantasmi, ma un uomo che, sostenuto dall'amorevole fermezza di chi lo difendeva, decideva di riprendersi la propria vita, trasformando la paura in un grido di libertà e la fragilità in un nuovo, vibrante inizio.



La loro connessione non era più fatta di articoli del codice penale, ma di silenzi pieni di comprensione e sguardi che curavano l'anima. Ogni volta che l'avvocato poggiava una mano sulla spalla di Alessandro, era come se gli trasmettesse una scossa di pura vitalità, un richiamo potente a non lasciarsi sbiadire dal grigio della procedura giudiziaria. In quegli istanti, la paura che prima lo paralizzava diventava solo un rumore di fondo, un ronzio lontano oscurato dal calore di una presenza che non lo giudicava, ma lo proteggeva con una dedizione quasi sacra.Fu in uno di quei pomeriggi, mentre il sole tramontava tingendo lo studio di un arancio fiammeggiante, che Alessandro sentì scattare qualcosa dentro di sé. La libertà non era più l'attesa di una sentenza favorevole, ma una vibrazione che partiva dallo stomaco. Capì che nessuna indagine poteva mettere le manette al suo spirito. Sentì un desiderio feroce di correre sotto la pioggia, di amare senza riserve, di sentire il sale del mare sulla pelle; una fame di vita che lo rendeva invincibile. L'avvocato lo guardò e, vedendo quel nuovo bagliore nei suoi occhi, sorrise con una tenerezza infinita: sapeva che, prima ancora di vincere in tribunale, Alessandro aveva vinto contro il buio del proprio cuore.




Voglio solo la mia libertà di Alessandro Lugli non è un semplice libro, ma un grido che squarcia il velo del silenzio, un atto di ribellione purissima che nasce dal centro esatto del cuore. Leggere queste pagine significa immergersi in un oceano di verità nuda, dove il dolore non è una fine, ma il concime necessario per una fioritura che non conosce stagioni. È un’opera intrisa di un amore viscerale, un amore che non chiede permesso e che si riprende lo spazio che gli spetta, con la forza dolce ma inarrestabile di un’alba che insiste a sorgere nonostante la notte più fonda.Alessandro ci conduce per mano lungo un sentiero di spine, ma lo fa con una delicatezza tale che la ferita smette di bruciare per iniziare a cantare. C’è una passione ribelle in ogni riga, quella di chi ha deciso di non farsi addomesticare dalle aspettative del mondo, di chi ha scelto di essere tempesta invece che specchio riflesso. È la libertà di chi sa dire "io sono", non come un vanto, ma come un’esigenza di sopravvivenza dell’anima. In questo scritto la libertà non è un concetto astratto o una bandiera da sventolare, ma la pelle stessa dell’autore che si rigenera, che si libera dei pesi morti del passato per tornare a sentire il vento sulla faccia.In ogni capitolo si respira un’aria di risurrezione. È il miracolo di chi cade e, mentre tocca il fondo, scopre che quella terra è fertile, che lì sotto si nasconde una linfa vitale capace di generare foreste. C’è una dolcezza struggente nel modo in cui l’autore accarezza le proprie fragilità, trasformandole in punti di luce. È un invito a risorgere ogni giorno, a non permettere a nessuno di spegnere quel fuoco sacro che arde nel petto. Questa libertà è amore allo stato puro: amore per se stessi, per la vita, per la propria verità, una verità che si urla al mondo con la voce roca di chi ha pianto molto ma ha finalmente trovato le parole per guarire. È un libro che vibra, che disturba e consola allo stesso tempo. È la carezza di un amante e il pugno di un combattente. Ci insegna che la vera libertà è il coraggio di essere fragili, la pretesa di essere felici e la volontà incrollabile di abitare la propria vita senza maschere. È una danza tra le rovine che si trasforma in un tempio, un viaggio dove l'unica meta è il ritorno a casa, in quel luogo segreto dove l’anima può finalmente riposare e poi volare via, libera e bellissima, verso un cielo che non ha più confini.



"Il giardino dei sogni" di Alessandro Lugli si offre come un rifugio sospeso, un luogo dell'anima dove la realtà cruda del quotidiano viene trasfigurata dalla luce morbida dell'immaginazione e della speranza. Leggendo i suoi versi, si percepisce immediatamente l'urgenza di fermare il tempo, di costruire uno spazio intimo – un giardino, appunto – dove i desideri non sono mere illusioni, ma creature vive, profumate, che crescono nutrite dalla linfa del sentimento.È una poesia che definirei intensamente amorevole, perché non parla di un sogno egoistico, ma di un sogno condiviso, un posto dove si può camminare mano nella mano con le proprie proiezioni migliori. Lugli riesce a infondere una delicatezza quasi tangibile: si sente l'odore della terra bagnata di poesia, si percepisce il calore di una luce che non acceca, ma illumina dolcemente il cuore. È un invito a coltivare la bellezza interiore contro la brutalità o l'indifferenza del mondo esterno.Sotto il profilo passionale, "Il giardino dei sogni" non esplode in grida, ma sussurra con la forza di una convinzione assoluta. C'è passione nel desiderio di non arrendersi, nel voler difendere a tutti i costi la propria capacità di sognare e di amare. Il giardino diventa un'estensione della pelle, un luogo dove la carne e lo spirito si fondono, dove la nostalgia del passato si trasforma in una promessa futura. È la passione di chi ha capito che la vita, senza un giardino interiore, è soltanto una sopravvivenza.Ma c'è anche un forte ancoraggio realistico. Lugli non crea un mondo fatato e finto, non è una fuga infantile dalla realtà. Al contrario, il suo giardino ha radici profonde nella terra reale. È realistico perché conosce il dolore, riconosce la fatica, sa che fuori il vento soffia forte. Il "sogno" di cui parla non è una fuga, ma una risposta attiva: è l'atto di piantare fiori in mezzo a un deserto. La vera forza poetica sta proprio in questo contrasto: il desiderio di sogno resta forte proprio perché è consapevole della difficoltà del reale.Il commento diventa così un'esperienza intima: leggere Lugli significa concedersi il lusso di respirare. È un invito a farsi custodi del proprio giardino interiore, a non lasciare che i sogni appassiscano sotto la cenere della quotidianità. È un inno alla parte più viva di noi, quella che ama, quella che spera, quella che, nonostante tutto, continua a sognare.


Alessandro Lugli non era un uomo fatto di programmi o di agende ben cadenzate, ma un mosaico di impulsi e silenzi profondi. La sua vita non si è srotolata come un tappeto dritto, quanto piuttosto come un sentiero di montagna, dove ogni sasso spostato rivelava una verità diversa, spesso scomoda, quasi sempre luminosa.Fin da ragazzo, Alessandro portava addosso una sorta di urgenza elettrica. Non era l’irrequietezza di chi non sa cosa fare, ma la fame di chi vuole sentire tutto, subito, senza filtri. Guardava il mondo con occhi che sembravano scorticare la superficie delle cose. Quando amava, non lo faceva con la prudenza di chi mette al sicuro il cuore; lo lanciava in avanti, incurante di dove sarebbe caduto. La sua passione non era un fuoco ordinato nel camino, era un incendio boschivo che non chiedeva permesso al vento.C’era in lui una ricerca della verità che rasentava l’ossessione. Detestava le frasi fatte, i "si dice", le convenzioni sociali che rendono le persone gusci vuoti. Alessandro cercava il midollo. Lo cercava nei libri che sottolineava fino a consumare la carta, lo cercava nei discorsi notturni davanti a un bicchiere di vino, e lo cercava, soprattutto, negli occhi di chi gli stava di fronte. Aveva il dono raro di farti sentire l'unica persona al mondo, non per un gioco di seduzione, ma perché la sua curiosità verso l'anima umana era autentica e implacabile.L'amore, per Alessandro, era il campo di battaglia e il santuario. Ha vissuto legami che somigliavano a sinfonie incompiute, pezzi di bellezza pura frammisti a scontri durissimi, perché non sapeva scendere a compromessi con la mediocrità del sentimento. Se amava, era un'immersione totale in apnea. Ricordava i dettagli minimi: il modo in cui la luce colpiva un profilo al mattino, l'odore della pioggia sull'asfalto durante un addio, il sapore di una promessa sussurrata a denti stretti. Non c’era spazio per la finzione; preferiva un dolore vero a una felicità di plastica.Ma la vita di Alessandro era fatta anche di grandi solitudini. Quei momenti in cui la sua stessa intensità diventava un peso troppo grande da portare. Si ritirava nei suoi pensieri, in quei luoghi della mente dove la verità si spoglia di tutto e resta nuda, a volte gelida. Lì, capiva che la bellezza della vita non sta nel successo o nell'approvazione degli altri, ma nella coerenza con i propri battiti.Chi lo ha conosciuto davvero sa che Alessandro Lugli non è stato un uomo "facile". Ma chi cerca la facilità non cerca la vita. Lui era il mare d'inverno: scuro, potente, pericoloso, ma capace di una purezza che toglie il fiato. La sua eredità non sono oggetti o date, ma quella scia di calore che lascia chi ha osato vivere senza pelle, amando ogni ferita e ogni traguardo con la stessa identica, disperata passione.Era la prova vivente che si può cadere mille volte e restare integri, purché il motore di tutto sia sempre la verità del cuore. E Alessandro, quel motore, lo ha tenuto acceso fino all'ultimo respiro, bruciando la vita per non farsi consumare dalla noia.



Alessandro Lugli ha cinquant’anni e porta il tempo addosso come una giacca di velluto un po’ lise, ma ancora elegantissima. Non è un uomo che conta i giorni, ma uno che li pesa dal suono che fanno quando cadono nel silenzio della stanza. La sua casa è un groviglio di spartiti, libri aperti a metà come ali di uccelli feriti e dischi in vinile che girano senza sosta, piccoli mondi di solchi neri che contengono tutto il dolore e la gioia del mondo.Per Alessandro, la poesia non è mai stata una questione di rime o di carta. È un modo di camminare. Quando attraversa la strada, non vede solo asfalto e semafori; vede il ritmo sincopato dei passi degli sconosciuti, la melodia nascosta nel fischio del vento tra i palazzi. Scrivere, per lui, è un atto di spionaggio ai danni dell'anima: ruba segreti alla malinconia per trasformarli in versi che bruciano le dita di chi legge. A cinquant’anni, ha capito che la parola più difficile da scrivere non è "eterno", ma "adesso".La musica è il suo sangue esterno. C’è un momento preciso, ogni sera, in cui Alessandro si siede al buio e lascia che le note lo invadano. Può essere il pianto di un violoncello o l’urlo distorto di una chitarra elettrica; non fa differenza, purché ci sia dentro la verità. In quei momenti, il suo corpo non ha più confini. Sente la vibrazione del basso nello stomaco e il tocco del pianoforte sulla pelle, come se ogni nota fosse la carezza di un’amante che non ha mai smesso di aspettare. La musica lo cura dalla stanchezza di essere uomo, riportandolo a quella purezza selvatica dove non servono spiegazioni. L'amore, in questa stagione della sua vita, è diventato qualcosa di vasto e pericoloso. Non è più la fiamma breve che divora tutto, ma un incendio sotterraneo, costante, che scalda le radici. Alessandro ama con una fame che spaventa i mediocri. Ama le donne come se fossero composizioni mai scritte, cercando la nota dominante nei loro silenzi e la dissonanza nei loro sorrisi. Non cerca il possesso, cerca l'incanto. Quando è innamorato, la sua poesia diventa carnale, si sporca di desiderio e di realtà, trasformando un gesto banale — come versare il vino o scostare una ciocca di capelli — in una liturgia sacra.Vive senza pelle, Alessandro. Ogni incontro è uno scontro di energie, ogni addio una piccola morte che rigenera la sua arte. Non ha imparato a proteggersi e, a dire il vero, non gli interessa affatto. Preferisce il rischio di rompersi a cinquant’anni piuttosto che la sicurezza di restare intatto ma spento. La sua passione è un atto di resistenza contro il cinismo del mondo; è il suo modo di dire che la bellezza è l'unica rivoluzione possibile. Spesso lo si vede camminare verso il tramonto, con il passo di chi sa che la notte non è il buio, ma solo un altro spartito da interpretare. Alessandro Lugli è vivo, perdutamente vivo, e continua a cercare quel verso perfetto, quella nota assoluta, quel bacio che sia capace, finalmente, di fermare il tempo.



Le tre del mattino non sono un orario, sono una condizione dell’anima per Alessandro. In quella stanza avvolta nel fumo leggero e nel profumo di carta vecchia, il silenzio non è vuoto; è una partitura che aspetta solo di essere sporcata dal suono.Alessandro è seduto davanti alla finestra spalancata. Fuori, la città dorme un sonno pesante, ma lui è elettrico, teso come una corda di contrabbasso sotto le dita di un jazzista ispirato. Ha appena messo sul piatto un vecchio disco di Chet Baker. La tromba inizia a cantare, una melodia fragile, quasi un sussurro che sembra rompersi a ogni nota, carica di una tristezza così bella da diventare erotica.In quel momento, la musica smette di essere un sottofondo. Diventa un corpo. Alessandro sente il suono arrampicarsi lungo la schiena, insinuarsi tra i pensieri come una confessione proibita. Ogni nota di Chet è un proiettile di nostalgia che colpisce dritto al centro dei suoi cinquant’anni, risvegliando fantasmi e desideri che credeva addomesticati. Prende la penna. Non scrive con la calma del letterato, ma con la voracità di chi sta derubando il proprio cuore.
La Liturgia della Notte
Il Ritmo:
Le parole cadono sulla carta seguendo il tempo sincopato della tromba.La Verità: Non cerca aggettivi eleganti, cerca il nervo scoperto dell’amore. L'Immagine: Scrive di una nuca scoperta, dell'odore del caffè al mattino, di quella volta che il mondo si è fermato in un parcheggio sotto la pioggia. La poesia prende forma come un organismo vivo. Non parla di "Amore" con la maiuscola, quella roba da cartoline. Scrive del bisogno feroce di un corpo contro un altro, della paura di perdersi e della gioia violenta di trovarsi ancora, nonostante le cicatrici, nonostante il tempo che morde. Ogni verso è una carezza e uno schiaffo. La musica lo spinge oltre il limite: la tromba sale, diventa un grido soffocato, e Alessandro preme così forte sulla carta che la punta della penna quasi la squarcia. È in apnea. In quel momento non esiste
Alessandro Lugli il poeta, esiste solo il flusso:
una corrente di elettricità che parte dal vinile, attraversa le sue vene e diventa inchiostro nero. Quando la puntina arriva alla fine del disco e inizia a grattare ritmicamente contro l'etichetta, Alessandro si ferma. Ha il fiato corto, come dopo una corsa o un amplesso. Guarda il foglio. Le parole sono lì, vive, pulsanti, disordinate e bellissime nella loro mancanza di pudore. Ha vinto lui. Anche stanotte, ha strappato un pezzo di verità al buio

sabato 9 maggio 2026

Un pò di Alessandro Lugli

 


Cercami

Cercami nelle pieghe dei giorni tutti uguali
tra il caffè che si fredda e la luce che taglia la stanza,
perché è lì che ti amo di più, nel poco che siamo,
in questa nostra bellissima, umana fragilità
Non mi serve che tu sia perfetta per il mondo,
mi basta che tu sia l'approdo per i miei naufragi,
quella mano che nel buio non chiede spiegazioni
ma sa già dove fa male, e semplicemente resta.
Siamo due solitudini che hanno smesso di aver paura,
che si sono scambiate i silenzi come fossero regali,
scoprendo che il senso di tutto non è altrove,
ma in questo modo lento che abbiamo di guardarci.
Ti porto addosso come un tatuaggio invisibile,
una preghiera laica scritta sulla pelle,
perché amare te è l'unico modo che conosco
per non farmi consumare dal rumore del tempo.
Resta così, con gli occhi pieni di verità,
mentre fuori il mondo corre e non sa dove va;
noi fermiamoci qui, in questo istante che ci salva,
a ricordare che l’amore è l’unica cosa che non cade


Alessandro, c’è una melodia segreta che abita nel modo in cui guardi il mondo, una risonanza profonda che trasforma ogni tuo respiro in un verso e ogni tuo silenzio in una nota sospesa. Sei un’anima che non accetta i confini rigidi della realtà, perché sai bene che la verità di un uomo si trova in quel confine sottile dove la parola scritta incontra la vibrazione di una corda. In te, il poeta e il musicista non sono due volti distinti, ma un unico fiume che scorre verso l’infinito, cercando di dare un nome all'innominabile e un ritmo al battito irregolare dell’esistenza.Quando scrivi, non ti limiti a disporre parole su un foglio; tu scavi nella terra dell’emozione per estrarne gemme di luce, cercando quella purezza che solo chi ha il coraggio di guardarsi dentro con onestà sa trovare. La tua poesia è un atto d’amore verso la vita, un modo per fermare il tempo e dire a chi ti legge che anche nel dolore, o nella più piccola delle meraviglie quotidiane, esiste una bellezza sacra. Ed è la stessa dedizione che porti nella tua musica: lì, dove le parole finiscono, inizia il tuo viaggio sonoro, un intreccio di armonie che raccontano i tuoi sogni e le tue malinconie, rendendole universali. Essere te significa vivere con i sensi costantemente allertati, pronti a cogliere la musica del vento o la metrica di uno sguardo. C’è una dolcezza antica nel tuo modo di porti, una nobiltà d’animo che si riflette nella cura che metti in ogni tua creazione. Non cerchi il fragore, ma la risonanza; non cerchi l’applauso vuoto, ma l’incontro tra anime. Sei un cercatore di armonia in un mondo spesso dissonante, un uomo che ha scelto di fare della propria sensibilità uno strumento e della propria voce un ponte verso l’eterno. Continua a splendere in questa tua danza tra spartiti e rime, perché è proprio in questo tuo essere così autenticamente artista che risiede la tua forza più grande e la tua bellezza più vera.


Le parole di Alessandro Lugli non sono semplici versi, ma respiri trattenuti che finalmente trovano il coraggio di farsi aria. Leggerlo significa accettare un invito a spogliarsi di ogni difesa, perché la sua poesia non cerca di stupire con la forma, ma di trafiggere con la verità nuda del sentimento.C’è un’urgenza quasi sacra nel modo in cui Lugli parla d’amore. Non è l’amore dei poeti distanti, chiusi in torri d’avorio a tessere lodi astratte. È un amore che ha le mani sporche di vita, che conosce il peso del silenzio e la fatica di restare. Nelle sue righe, l’altro non è mai un oggetto da lodare, ma un luogo in cui tornare, una geografia dell’anima dove ogni neo, ogni cicatrice e ogni fragilità diventano coordinate fondamentali per non perdersi.L’amore, per lui, è una forma di resistenza. In un mondo che corre veloce e che consuma tutto con voracità, la sua scrittura rallenta il battito del cuore. Ci insegna che amare qualcuno significa vederlo davvero, anche quando la luce è scarsa, anche quando il mondo fuori urla. È un atto di devozione quotidiana, fatto di piccoli gesti che diventano epici: uno sguardo rubato mentre l’altro dorme, una mano che cerca l’altra nel buio, la certezza che, nonostante tutto il rumore esterno, esiste un centro di gravità permanente che risiede nell’abbraccio di chi ci ha scelti. La sua poesia pulsa di una tenerezza che a tratti fa male, perché è spaventosamente sincera. Ci ricorda che l’amore è l’unica forza capace di ricucire gli strappi del tempo, l’unico balsamo per le ferite che la vita, inevitabilmente, ci infligge. È un inno alla vulnerabilità, alla bellezza di dirsi "ho bisogno di te" senza vergogna, riconoscendo che solo attraverso lo specchio dell'altro possiamo davvero capire chi siamo. In definitiva, immergersi nel mondo di Alessandro Lugli significa riscoprire che siamo fatti di sogni e di carne, e che l'unica cosa che conta davvero, alla fine del viaggio, è quanto amore abbiamo saputo dare e ricevere. È una poesia che scalda il sangue, che ti fa sentire meno solo e che, con una dolcezza disarmante, ti sussurra che sì, ne vale la pena. Sempre.





venerdì 8 maggio 2026

Amarcord: Pino Daniele

 


Il riverbero di una chitarra a corde di nylon che pizzica l'aria umida di un vicolo, un soffio di voce che sembra uscire direttamente dal petto di Napoli. Scrivere di Pino Daniele non è esercizio di critica musicale, è un atto d’amore dovuto a un uomo che ha dato un battito nuovo a una città millenaria.

Pino è stato il nostro bluesman dagli occhi neri, quello che ha saputo mescolare il fumo dei jazz club di New York con l'odore del caffè che sale dai bassi. Quando imbracciava la sua Paradise, non suonava solo note: disegnava i nostri stati d’animo.


Era la colonna sonora dei primi baci rubati sul lungomare, delle incazzature generazionali, della speranza che questa terra potesse davvero essere "nu paraviso".C’è una malinconia dolce, quasi fisica, nel ricordarlo. Era il "Nero a metà", l’anima inquieta che parlava di "Napule è" con la lucidità dolorosa di chi la ama troppo per non vederne le ferite, ma con la tenerezza infinita di chi ne conosce ogni segreto.


Ci ha insegnato che si può essere internazionali restando viscerali, che il dialetto può suonare come l’inglese e che il sentimento non ha bisogno di gridare per farsi sentire.Pino era l’amico che ti capiva senza parlare. Quando cantava "Quanno chiove", sentivamo davvero l'acqua addosso, ma eravamo sicuri che "tanto l’aria s’adda cagnà".


La sua musica era un abbraccio protettivo, un rifugio dove la sofferenza diventava poesia e la rabbia si trasformava in ritmo. Ha saputo essere il lazzaro felice che ballava sulle macerie, portandoci per mano verso una modernità che non dimenticava mai le radici.


Oggi, quando il vento soffia tra le pietre di tufo, sembra ancora di sentire quel graffio nella voce. Pino non se n’è mai andato veramente; è rimasto incastrato tra le note di un accordo diminuito, in quella sospensione magica tra il mare e il Vesuvio. Lo amiamo perché è stato la nostra voce più vera, il nostro orgoglio silenzioso, l'uomo che ha messo in musica il battito del nostro cuore.Ciao Pino, Masaniello del sentimento.


Grazie per averci fatto sentire meno soli in questo "terra mia" così difficile e bellissima. 

giovedì 7 maggio 2026

Passione di Alessandro Lugli

 


E poi ti svegli con il fiato corto

e l’odore del mare che ti trascina via,
quella voglia matta di toccarti l’anima
senza chiedere il permesso, senza ipocrisia.
Sei come un accordo di blues a mezzanotte,
quello che vibra dentro e non ti fa dormire,
una nota sospesa tra la rabbia e il bene
che solo il cuore sa come far finire.


Ti guardo e vedo tutta la mia terra,
quell’oro sporco e quel sole che non mente,
perché l’amore tuo mi brucia sulla pelle
e mi fa sentire vivo in mezzo a questa gente.
Non serve parlare, non servono i discorsi,
mi bastano i tuoi occhi per capire il mondo,
un brivido che sale lento lungo la schiena
e mi porta dritto, dritto fino in fondo.

Siamo due anime perse dentro a un vicolo,
tra i panni stesi e il fumo di un caffè,
cerchiamo una speranza tra le dita
mentre il tempo scivola e non dice mai perché.
Voglio sentirti addosso come pioggia d’estate,
quella che lava l’ansia e ti rinfresca il cuore,
senza schemi, senza trucchi, senza maschere,
soltanto noi due nudi dentro a questo calore.


È una passione che non dà tregua, sai,
una smania che mi morde e non mi lascia stare,
come una chitarra che piange piano piano
e non ha più voglia di smettere di suonare.
Resta qui con me, finché non si fa giorno,
finché il buio non diventa solo un ricordo,
perché sei tu la mia musica, il mio destino,
l’unico porto sicuro dove non ho mai paura del bordo.

Stamme vicino di Alessandro Lugli


 Oggi o mare è calmo e m’arritira a riva

come ’na mano ca nun vò lusinghe

ma cerca sulamente ’na speranza mmiez’ê ddite.

Tu si’ ’o penziero ca m’abbrucia ’a notte
e me lassa ’o sapore d’o cafè dint’â vocca,
nu scuro amaro ca però m’accumpagna
mentre aspetto ca o sole s’affaccia darré ê tetti
pe’ me dicere ca ancora me po’ fa’ male.


T’aggio cercato dint’ê vicoli addò o viento
pazzia cu ’e panni stesi e ne sape cchiù ’e nuje,
pecché overo o sentimiento è na pazzia
nu brivido ca nun tene padrone né raggione.
Nun voglie parole pulite, nun voglie ’o zucchero,
voglio ’a passione ca m’appiccia l’anema
senza m’addumandà scusa, senza n’appuntamento,
comme ’na nota ’e blues ca t’afferra o core
e te lassa annuro mmiez’â strada.

E si m’affaccio ô balcone e nun te veco,
scrivo ’o nomme tuojo ncopp’ê mure scrostati
accussì pure ’a pietra sape che significa
a tene’ na smania ca te sbatte a dinto
e nun te fa addurmì mai overamente.
Tu si’ ’a terra mia, si’ ’o fango e l’oro,
si’ l’accordo sbagliato ca te fa chiagnere
e ’a risata ca scenne comm’acqua fresca.

Stamme vicino, pure si nun parlammo,
ca ’o silenzio nuosto s’o mazzia o rumore
e me basta a sentì ’o respiro tuojo
pe’ m’arricurdà ca pure io so’ vivo,
mmiez’a ’sta città ca nun se ferma maje
ma ca se ferma tutta quanta
quanno l’uocchie t’incrociano ’o core.

mercoledì 6 maggio 2026

Vari Amarcord calcistici

 


Amarcord: Claudio Garella


 Claudio Garella non è stato solo un portiere; è stato un’eresia tecnica, un paradosso vivente che ha sfidato le leggi della fisica e dell’estetica calcistica. In un’epoca di voli plastici e parate a favore di camera, lui rispondeva con il pragmatismo del corpo, parando con tutto ciò che non fossero le mani: piedi, ginocchia, petto, faccia.

L’eroe sgraziato


Vederlo tra i pali metteva ansia e, allo stesso tempo, una strana sicurezza. Era l’anti-Zoff. Se il portiere classico era un ballerino, “Garellik” era un lottatore di strada finito per caso in area di rigore. Eppure, quella sua sgraziata efficacia era poesia pura per chi amava il calcio della sostanza. Non gli importava di essere bello, gli importava che il pallone non entrasse. E il pallone, quasi per un timore reverenziale verso quell’uomo così imponente e atipico, finiva sempre per sbattere addosso a lui.


Il miracolo di Verona


Il primo capitolo della sua leggenda romantica si scrive all’ombra dell’Arena. Quel Verona di Osvaldo Bagnoli era una banda di sognatori e operai, e Garella ne era il guardiano più eccentrico. Lo scudetto del 1985 resta una delle imprese più pure della storia del calcio italiano, e Claudio ne fu l’architrave. Parava l’impossibile, spesso in modo buffo, scatenando l’ironia dei critici e l’adorazione dei tifosi. Fu lì che nacque la “Garellade”, quel modo tutto suo di sventare i pericoli che faceva storcere il naso ai puristi ma portava punti in classifica.


Il trono di Napoli


Poi arrivò la chiamata del Sud, in una Napoli che stava per cambiare pelle grazie a un certo Diego Armando Maradona. Molti pensavano che un portiere così “provinciale” sarebbe affogato sotto il peso del San Paolo. Invece, Garella divenne l’idolo di una città che nel calcio cercava riscatto. Con Diego davanti e Claudio dietro, il Napoli vinse il suo primo, storico scudetto. È rimasta impressa l’immagine di lui che esulta, gigante buono tra la folla, con quel sorriso di chi sa di aver fregato il destino ancora una volta.


Un’eredità di cuore

Garella ci ha insegnato che non serve essere perfetti per essere campioni. Ha dimostrato che l’efficacia può avere forme strane e che il talento non sempre indossa i guanti bianchi. Quando se n’è andato, ha lasciato un vuoto fatto di ricordi analogici, di domeniche alla radio e di parate di piede che sembravano miracoli popolari.


Garellik rimarrà per sempre il portiere che parava con l’anima, l’uomo che ha vinto dove nessuno osava sperare, rendendo l’errore stilistico la forma d’arte più vincente del nostro calcio.


 


 


Amarcord: Andrea Carnevale


Andrea Carnevale non era un calciatore, era un romanzo d’appendice scritto col sudore e la brillantina. Se chiudi gli occhi e pensi a lui, senti l’odore dell’erba tagliata della Serie A anni Ottanta, quella domenica pomeriggio che non finiva mai, fatta di radioline gracchianti e gambe pesanti.

L’operaio del gol nel giardino di Dio


Non aveva la grazia divina di Diego, né la potenza robotica di Careca. Carnevale era un uomo normale catapultato in una sceneggiatura mitologica. Era il braccio armato del genio, quello che correva per tre, che faceva a sportate con i difensori per creare lo spazio dove poi si sarebbe infilata la luce del Diez.

Vederlo giocare era un atto di fede. Quel suo incedere un po’ dinoccolato, il baricentro alto, eppure quella capacità innata di trovarsi al posto giusto quando la palla scottava. Non era un esteta, era un risolutore.


Quel 10 maggio 1987


Se c’è un’immagine che lo rende eterno, è quel gol alla Fiorentina. Un destro sporco, ravvicinato, sotto la curva. Il boato che ne seguì non fu un semplice urlo sportivo, fu il grido di liberazione di una città intera. In quel momento, Andrea Carnevale non era più un ragazzo di Monte San Biagio; era diventato l’incarnazione della rivincita.

Mentre Napoli esplodeva, lui correva con le braccia larghe, quasi a voler abbracciare ogni singolo vicolo, ogni scugnizzo, ogni pezzo di quel Vesuvio che quel giorno non faceva paura a nessuno.


L’uomo dietro l’atleta


Il romanticismo di Carnevale sta però nelle sue crepe. La sua vita non è stata una linea retta verso il successo. C’è il dolore profondo delle origini, una tragedia familiare che avrebbe spezzato chiunque, eppure lui ha trasformato quel buio in una fame feroce.

E poi la caduta, l’ombra del doping, quel mondiale del ’90 iniziato da titolare e finito nel silenzio di una sostituzione. Ma è proprio questa sua fallibilità a renderlo così “nostro”. Carnevale non è stato un eroe senza macchia; è stato un uomo che ha toccato il cielo, è scivolato, si è sporcato le mani ed è tornato a guardare il sole.


 


Frammenti di un’epoca


La maglia Buitoni: Pesante di fango e gloria.


L’intesa con Maradona: Non servivano parole, bastava uno sguardo e Andrea sapeva dove dettare il passaggio.


Il sorriso: Quello di chi sa di avercela fatta contro ogni pronostico della vita.


È stato l’ultimo grande centravanti “umano” di un calcio che stava diventando industria, un pezzo di cuore rimasto incastrato tra i pali del San Paolo.


 


 


Amarcord: Gonzalo Higuain


 


C’era un suono particolare che il San Paolo emetteva quando la palla gonfiava la rete: non era un semplice boato, era un urlo liberatorio, un richiamo tribale che partiva dalle viscere di Fuorigrotta e si infrangeva contro il Vesuvio. E al centro di quel fragore c’era lui, Gonzalo, con la barba folta e quel modo di correre che sembrava sempre una sfida alla gravità e ai difensori.


Ricordare Higuain a Napoli oggi è come ripensare a un amore estivo travolgente finito malissimo, di quelli che ti lasciano il veleno in bocca ma che, nei momenti di malinconia, non puoi fare a meno di sognare ancora. Arrivò in un pomeriggio di luglio, quasi per caso, prendendo il testimone da Cavani. Non era solo un centravanti; era l’aristocrazia del calcio che scendeva tra il popolo. Aveva movenze eleganti e un istinto feroce, una combinazione rara che lo rendeva magnetico.


La danza del gol


Vederlo giocare in quelle tre stagioni è stato un privilegio per gli occhi. Non segnava gol banali. C’erano le girate al volo, i tiri a giro sul secondo palo che sembravano telecomandati, e quel modo di proteggere palla col sedere e le spalle, girandosi in un fazzoletto di terra come se lo spazio fosse un’opinione soggettiva.


Il punto più alto, quella notte di pioggia contro il Frosinone. Mancava un gol per la storia, per superare Nordahl. La città era sospesa. Poi, quella rovesciata dal limite dell’area. Un gesto tecnico che sembrava uscito da un cartone animato, un istante di perfezione assoluta in cui il tempo si è fermato. In quel momento, Gonzalo non era un calciatore: era una divinità pagana avvolta d’azzurro.


Un cuore tormentato


Ma la bellezza di Higuain stava anche nella sua fragilità. Era un uomo che viveva di umori. Se sbagliava un passaggio, si incupiva, mandava al diavolo i compagni, masticava rabbia. Ma se sentiva l’amore della gente, diventava inarrestabile. C’era un legame carnale con la curva: quel coro, “Un giorno all’improvviso”, sembrava scritto apposta per scandire i suoi passi. Quando cantava sotto la curva, con gli occhi lucidi, sembrava davvero che avesse trovato la sua Itaca.


L’addio e l’ombra


Poi arrivò il buio. Quella fuga medica a Madrid, il passaggio alla Juventus, il tradimento consumato nel silenzio di un’estate torrida. È lì che l’amarcord si spezza e diventa tragedia greca. Il “Pipita” divenne il “Core ‘ngrato”, l’innominabile. La ferita è stata così profonda proprio perché l’amore era stato immenso, quasi eccessivo per essere sopportato da un uomo solo.


Oggi, a distanza di anni, resta il ricordo di un giocatore totale. Resta l’immagine di lui che corre a braccia aperte dopo un gol alla Roma o all’Inter, con lo stadio che urla il suo nome nove volte, come un mantra. Possiamo averlo odiato, possiamo aver bruciato le sue maglie, ma nessuno potrà mai negare che per mille giorni Gonzalo Higuain è stato il battito cardiaco di una città intera. È stato il nostro sogno più bello, prima di diventare il nostro rimpianto più grande.


 


 


Amarcord: Antonio Careca


 


Il boato del San Paolo aveva un suono diverso quando la palla arrivava a lui. Non era solo l’urlo per un gol, era l’eccitazione elettrica di chi sapeva che stava per iniziare una danza. Antonio de Oliveira Filho, per tutti noi semplicemente Careca, non è stato solo un centravanti; è stato il vento caldo del Brasile che soffiava sul Golfo, l’eleganza fatta centravanti, il compagno di giochi perfetto per il Dio del calcio.Ricordarlo oggi significa rivedere quel corpo flessuoso che si lanciava negli spazi con una ferocia aggraziata.


Se Diego era la poesia e il genio, Careca era il tuono che squarciava la difesa. Aveva un modo di correre che sembrava non toccare l’erba, un incedere fiero, quasi regale, eppure pronto a trasformarsi in un predatore d’area di rigore in un battito di ciglia. Quella maglia numero 9, spesso sudata e appiccicata addosso, su di lui sembrava un abito di sartoria.


C’è un’immagine che resta impressa nel cuore di chi ha vissuto quegli anni: Careca che riceve un filtrante impossibile di Maradona. Non serviva che si guardassero, si sentivano. Careca scattava, il corpo inclinato, e poi quel diagonale destro. Secco, preciso, imparabile.


Il rumore della rete che si gonfiava era la chiusura di un cerchio perfetto. E poi la corsa verso la curva, il sorriso smagliante, quella gioia pura che solo chi gioca per amore sa trasmettere. Non era il cinismo freddo dei bomber moderni; era la celebrazione di un rito.


Nelle notti di Coppa UEFA, o in quelle sfide contro il Milan di Sacchi, Careca diventava un gigante. Lo vedevi lottare su ogni pallone, difenderlo con una tecnica sopraffina, per poi scaricarlo e dettare il passaggio di ritorno.


Era generoso, Antonio. Sapeva che in quella squadra lui era il terminale, ma giocava con l’umiltà di un mediano e la classe di un dieci. Ha amato Napoli e Napoli lo ha ricambiato con una devozione che non si è mai spenta, perché in lui vedevamo la bellezza che sfida la fatica.


Manca oggi quel tipo di centravanti. Manca quella capacità di rendere estetico anche un gol di rapina, quel modo di calciare d’esterno che faceva girare la testa ai portieri. Rivedere i suoi gol oggi non è solo un esercizio di nostalgia, è un atto d’amore verso un calcio che aveva un’anima. Careca era il battito accelerato del nostro cuore domenicale, il sorriso di chi ha vinto tutto restando un ragazzo semplice del San Paolo. Un eroe senza tempo, avvolto nell’azzurro, per sempre.


 


 


Amarcord: Edinson Cavani


 


Era un mercoledì di luglio quando atterrò a Capodichino, quasi in punta di piedi, tra lo scetticismo di chi vedeva in lui solo il “doppione” di Quagliarella o un buon esterno di fatica ammirato a Palermo. Non sapevamo ancora che quel ragazzo magro, con i capelli lunghi mossi dal vento e lo sguardo di chi ha fame di mondo, avrebbe riscritto le leggi della fisica e del sentimento all’ombra del Vesuvio.


Edinson Cavani non è stato solo un centravanti; è stato un’epifania. Ricordarlo oggi significa rivedere quel balzo felino sul primo palo, un movimento così ripetitivo eppure così ineluttabile che sembrava sfidare il destino. Quando Maggio crossava dalla destra, sapevi già come sarebbe finita. Non era calcio, era una coreografia rassicurante: Edi che sbuca davanti al difensore, l’impatto secco, la rete che si gonfia e lui che corre verso la bandierina con le vene del collo gonfie, urlando la sua gioia selvaggia al cielo di Fuorigrotta.


C’era qualcosa di profondamente mistico nel suo modo di stare in campo. Lo vedevi ripiegare in scivolata sulla propria linea di fondo per sradicare un pallone a un avversario qualunque, e un attimo dopo lo ritrovavi dall’altra parte a scaraventare in porta l’ennesimo pallone della serata. Aveva polmoni che sembravano alimentati dal calore del San Paolo. Non si risparmiava mai, come se ogni partita fosse l’ultima, come se ogni gol fosse un debito d’onore da saldare con la città che lo aveva eletto Matador.


Come dimenticare le notti di Champions? Quella doppietta al Manchester City che fece tremare le fondamenta dei palazzi circostanti allo stadio, o la tripletta alla Juventus che fu un esorcismo collettivo. In quegli anni, Cavani era il nostro superpotere. Ci faceva sentire invincibili. C’era un patto non scritto tra lui e noi: lui metteva l’anima, noi mettevamo il cuore, e insieme scalavamo montagne che prima sembravano troppo alte anche solo da guardare.


Ma l’amore per il Matador non stava solo nei numeri, pur mostruosi. Stava in quella sua timidezza fuori dal campo, nella sua fede incrollabile, in quel sorriso pulito che contrastava con la ferocia agonistica che metteva nel rettangolo verde. È stato il simbolo di un Napoli che tornava grande con la forza del lavoro e del sacrificio, un eroe umile che non aveva bisogno di proclami perché parlava la lingua del sudore.


L’addio ha fatto male, come tutti gli amori che finiscono troppo presto, ma il tempo ha setacciato la rabbia lasciando solo l’oro dei ricordi. Oggi, se chiudiamo gli occhi, lo vediamo ancora lì: la maglia azzurra leggermente larga, il nastro sui polsi, pronto a scattare su un lancio lungo di Behrami o Hamsik. Il Matador rimarrà per sempre quel brivido lungo la schiena che percorreva lo stadio ogni volta che la palla arrivava in area, perché nessuno, come lui, ha saputo incarnare la bellezza del gol come un atto d’amore assoluto.


 


 


È morto Evaristo Beccalossi


 


Evaristo Beccalossi non è stato solo un calciatore, è stato uno stato d’animo. Oggi che se n’è andato, il calcio perde quella sua vena folle, poetica e profondamente umana che ce lo faceva sentire come un amico di famiglia, uno di quelli che ti fa disperare ma che non smetteresti mai di abbracciare.

Era il genio della pioggia, l’uomo che sussurrava alla palla mentre il fango cercava di fermarlo. Vederlo giocare era come assistere a un numero di magia: sapevi che poteva sparire dalla partita per ottanta minuti, camminando a testa bassa con quel fare un po’ malinconico, per poi accendersi all’improvviso e disegnare una traiettoria che solo gli dei del calcio potevano immaginare.


Ti volevamo bene, Evaristo, perché non eri perfetto. Eri uno di noi. C’era quel tuo modo di portarti dietro la classe cristallina dei piedi e la fragilità del cuore, capace di sbagliare due rigori in una notte europea e poi di farsi perdonare con un sorriso o una giocata da cinema.


Eri l’elogio della lentezza in un mondo che correva troppo forte, il sinistro che accarezzava il cuoio come se fosse seta.Il tuo calcio era fatto di finte col corpo, di sguardi altrove e di quella sfrontatezza tipica di chi sa che, in fondo, è tutto un gioco. Ci mancherà la tua ironia, quella parlata bresciana che sapeva di terra e di verità, e quella capacità tutta tua di raccontare il calcio come una ballata romantica, tra un dribbling e un ricordo.


Ora che hai smesso di dribblare tra noi, ci piace immaginarti lassù, su un campo perfetto, con la tua maglia numero dieci che sventola leggera. Chissà se piove anche lì, Evaristo. Se piove, siamo sicuri che starai già scartando tutti, col tuo passo dondolante e quel genio infinito che ci ha fatto innamorare. Grazie di tutto, Dito. Non ti dimenticheremo mai.


 


 


Champions, l’Arsenal è la prima finalista! Atletico Madrid a casa: decisivo Saka


 


L’Arsenal torna a disputare una finale di Champions League dopo vent’anni, al termine di una semifinale intensa e molto combattuta contro l’Atletico Madrid. Una sfida decisa dagli episodi e dalla capacità dei Gunners di gestire con maturità il vantaggio arrivato sul finire del primo tempo, firmato da Bukayo Saka. La squadra di Arteta stacca così il pass per Budapest, coronando un percorso che ha il sapore della consacrazione.


Saka segna, poi la gestione: l’Arsenal resiste e vola a Budapest


La gara si era aperta con un Atletico subito pericoloso: Le Normand impegna Raya, poi Simeone spreca clamorosamente a porta quasi vuota. Dopo quella grande occasione, però, cresce l’Arsenal, che alza il baricentro e prende progressivamente il controllo del gioco con un Gyökeres ispirato.


Il vantaggio arriva al 45’: Trossard costringe Oblak alla respinta e Saka è il più rapido a ribadire in rete per l’1-0. Nella ripresa la tensione sale subito, con Simeone fermato in extremis da Gabriel e Griezmann vicino al pareggio, ma ancora Raya decisivo.


L’Atletico prova a reagire con i cambi, ma perde incisività offensiva, mentre Arteta risponde con inserimenti mirati che rendono l’Arsenal più lucido e verticale. Al 66’ Gyökeres ha l’occasione per chiuderla ma calcia alto davanti a Oblak. Nel finale i colchoneros si spengono, con l’ultima chance fallita da Sørloth e un finale nervoso anche in panchina. L’Arsenal, però, regge fino all’ultimo e conquista una storica finale.