mercoledì 24 giugno 2026

L'eco del tuo nome

 


L'eco del tuo nome

Il silenzio fissa la stanza vuota, Romina,
mentre il tempo consuma l'ombra che hai lasciato.
Cercare i tuoi occhi è un'abitudine assassina,
un gioco crudele in cui sono già condannato.
Ti ho cercata nei passi della gente per strada,
tra le luci soffuse e la pioggia che cade,
ma la tua assenza taglia come una spada,
spezzando il respiro lungo queste contrade.
Restano solo frammenti di un addio distratto,
le tue parole fredde scritte sulla pelle,
mentre io resto fermo, sospeso nell'impatto,
a contare i respiri sotto un cielo senza stelle.
Gridare il tuo nome non serve a guarire,
Romina, sei il vuoto che non so colmare.
È una lenta agonia questo mio svanire,
condannato a perderti, incapace di odiare.

martedì 23 giugno 2026

L'Ombra e il Nome


 L'Ombra e il Nome

Alessandro Lugli, custode di un inverno,
cammini dove il bello sembra ormai sbiadito.
Non ci sono fari in questo vuoto eterno,
solo il rumore dei passi sul selciato ferito.
Se intorno tutto tace o crolla a pezzi,
resta la forza nuda di chi sa guardare.
Non servono colori, né falsi prezzi,
anche nel niente si impara a respirare.
Porti addosso il peso di una notte scura,
dove la bellezza ha perso la scommessa.
Eppure la tua storia, dritta e pura,
brilla di una rabbia che non si arrende stessa.

sabato 20 giugno 2026

Voi (La mia verità)


 Voi (La mia verità)

Io che vivo in questo posto maledetto
Tra un avvocato e il letto
Senza sonno e senza più un'idea
Io a braccetto della polizia
Con la mia vita buttata in una via
E la paura che mi fa da scorta.
Io che non voglio niente dal futuro
Che guardo avanti a muso duro
E in piedi al muro per la fotografia.
Io che conto i passi sul cemento
Con il respiro spento
E questa legge che mi porta via.
Voi, che ne sapete voi
Delle notti passate a fissare il soffitto
Col cuore che batte e si sente sconfitto
Voi che giudicate da dietro una scrivania
E non sapete che questa è la vita mia.
Voi con i codici e le vostre sentenze
Che non guardate mai dentro le coscienze
Voi che firmate un foglio e cancellate un uomo
Senza sapere se ha chiesto il perdono.
Io, Alessandro, perso in questo inferno
Dove ogni giorno sembra un inverno
Ma guardo avanti, non mi piegherò
E la mia dignità la difenderò.
Perché oltre l'aula, oltre quel faldone
C'è un uomo vero, non una finzione.
E voi, che ne sapete voi.

Cuori Sospesi

 


Cuori Sospesi

Anche chi trema dietro un faldone di accuse
Col respiro spezzato da un timbro d'inchiostro
Ha avuto un prato verde da inventare e il mondo
Cancellato dal gesso sulla lavagna della scuola
Due scarpe rotte e un grido forte a rincorrere il vento
Nell'ultimo sole di un'estate volata via da sola
Piccole fionde fatte con i rami di un pino
E una sola corsa incontro al tramonto.
Anche quest'uomo che oggi teme il giudizio
E vede la sua vita chiusa dentro un'aula scura
È tornato a casa con le ginocchia sbucciate dal selciato
E il sapore dolce del pane con lo zucchero in mano
Raggi di luna che disegnavano mostri sul soffitto
Mentre la voce della madre parlava da lontano
E sul muretto di un giardino senza cancelli
Il salto più lungo per sentirsi un aeroplano.
Anche quei giudici chiusi nelle loro toghe pesanti
Che firmano destini con un tratto di penna nera
Hanno guardato le nuvole cercando una forma di animale
E hanno pianto per un bacio non dato prima di dormire
Hanno nascosto il diario segreto sotto il cuscino
Con la paura antica che il giorno potesse finire
Su una stradina di sassi e quattro case di cartone
Che a guardarle bene sembrava di impazzire.
Anche questi cristi
Sospesi nel mezzo tra la colpa e il perdono
Son stati capitani sopra navi di carta e mai visti
A chiedere al cielo il perché di ogni tuono
E dove sono i giorni di domani
Le biglie colorate strette nelle mani
Di tutti gli uomini persi dal mondo
Di tutti i cuori dispersi nel mondo.
Quelli che adesso contano i giorni dell'attesa
Masticando il sapore amaro dell'incertezza
Hanno scambiato fumetti e promesse di sangue
Dietro la chiesa, giurando di non tradire mai
Teste appoggiate al finestrino nel viaggio di sera
Mentre la radio passava canzoni che non scorderai
Un po' di sonno nei capelli e la maglietta bagnata
Che si appiccica sulla pelle e non la levi mai.
E i disperati che aspettano un verdetto dagli uomini
Come fosse l'unica sentenza di tutta una vita
Seduti sui gradini hanno contato le gocce di pioggia
Mentre un esercito di soldatini di plastica cadeva
Le grida allegre dei padri che li prendevano in braccio
Sotto un soffitto di lampadine che la notte accendeva
E la famiglia riunita per la foto della festa
E tutti intorno a dire quanta strada faceva.
Anche questi occhi
Paura di perdersi per non trovarsi più
Si sono asciugati le lacrime con i polsi dei vecchi giocchi
E tutti a guardare il cielo volare all'insù
Leggeri come foglie e dove il buio inghiotte
Dov'è una mano che caccia via la notte
Di tutti gli uomini persi dal mondo
Di tutti i cuori dispersi nel mondo
Di tutti gli uomini persi dal mondo
Di tutti i cuori dispersi nel mondo.

Il Coraggio del Fango e della Luce

 


Il Coraggio del Fango e della Luce

Pesa il fango sul passo del cammino,
quando il cielo si fa di ferro e di sentenze,
e sembra che il disegno del destino
si perda tra scartoffie e diffidenze.
Temi l'aula, il giudizio, l'ora scura,
il verdetto degli uomini e del tempo,
ma sappi, Alessandro, che la paura
è solo nebbia che si disperde al vento.
Tu sei l'uomo oltre il faldone e la parola,
sei l'anima che intatta attraversa il fuoco.
La giustizia degli uomini vola sola,
ma la tua verità non è un gioco.
Guarda avanti, mantieni saldo il cuore,
l'inverno dei tribunali cederà il passo.
Ritornerà la luce e il suo calore,
e l'alba spegnerà ogni rumore basso.

L'Alba Oltre l'Attesa

 


L'Alba Oltre l'Attesa

Cammino in un corridoio di ombre e di carte,
dove ogni parola pesa come un macigno,
e la paura della legge mi stringe il petto,
mentre il tempo consuma il mio disegno.
Temo il giudizio degli uomini e dello Stato,
l'incertezza che toglie il sonno alla notte,
questa attesa sospesa che toglie il fiato,
contro cui le mie forze sembrano rotte.
Ma io sono Alessandro, e oltre questo fango,
resta intatta la mia dignità di uomo.
La legge valuta, ma non sa chi sono,
non conosce il dolore che dentro rimpiango.
Resisterò al freddo di queste aule scure,
troverò il coraggio nei passi domani.
Perché nessuna sentenza o pareti di mura
potrà mai cancellare la verità delle mie mani.

Oltre l'Inverno

 


Alessandro, stringi le mie mani,

nel buio che ora sembra non finire,
lascia che il peso di questi domani
lo possa insieme a te custodire.
La vita a volte piega il nostro passo,
indurisce la terra sotto il piede,
ci fa sentire vuoti, come un sasso,
mentre trema la forza della fede.
Ma dentro questo cerchio di dolore,
tu non sei solo a sostenere il vuoto.
C'è un filo che ci unisce nel profondo,
un porto saldo in un mare remoto.
Passerà questo inverno della mente,
ritornerà la luce sul tuo viso.
Fino ad allora, resta qui, presente,
aspettando che torni un sorriso.

Lucio Dalla

 


Lucio Dalla non lo puoi ingabbiare in un capitolo, non lo puoi spiegare con una scaletta. Lucio era un flusso, un’improvvisazione continua di jazz e di vita, un respiro profondo e irregolare che profumava di sale, di tabacco e di vicoli bolognesi. Se chiudo gli occhi lo vedo ancora lì, con quel cappelletto di lana piantato in testa pure a primavera inoltrata, gli occhialini tondi che sembravano due oblò spalancati sul mondo e quella barba folta, disordinata, che nascondeva un sorriso sempre a metà tra il dispetto di un bambino e la saggezza di un vecchio marinaio. Era un folletto. Un omino piccolo che però, quando apriva bocca, diventava gigantesco, riempiva le stanze, spettinava l’anima. Faceva un freddo cane certe sere a Bologna, via D’Azeglio sembrava un teatro vuoto e poi improvvisamente sbucava lui, un’ombra buffa che camminava veloce, magari parlando da solo o accennando un motivo col clarinetto invisibile tra le dita. Lucio era così, non distingueva la vita dalla musica, per lui erano la stessa identica cosa, un’unica grande notte da vivere a fari spenti. Ti portava a spasso nel tempo senza chiederti il permesso. Una volta eri a bordo del Rex a guardare l’America che sembrava un sogno lontano, un’altra volta ti ritrovavi sulle panchine di Piazza Grande a dividere un pezzo di pane con i gatti e con i disperati, sentendoti addosso la stessa dignità di un re. Aveva una compassione immensa, Lucio. Sapeva guardare gli ultimi, i matti, i dimenticati, e trasformarli in poesia pura, senza mai fare la predica, senza mai salire in cattedra. Cantava l’amore come se lo stesse inventando in quel momento, con quelle parole semplici che però ti si piantavano dentro e non se ne andavano più, come il graffio di un’unghia sul cuore. E poi c’era il mare, quel mare di Sorrento che luccicava di notte e faceva fischiare il sangue nelle vene, lo stesso mare che ha cullato gli ultimi passi di Caruso e che Lucio ha saputo trasformare in una preghiera laica, dolorosa e bellissima. Quando cantava stringeva i pugni, chiudeva gli occhi e sembrava che stesse facendo a pugni con l’aria, che stesse strappando le note direttamente dal cielo per regalarle a noi, poveri umani quaggiù. Non c’era finzione in lui, c’era solo una fottuta, meravigliosa urgenza di esistere e di farci sentire vivi. Manca quel suo modo di fare scat, quelle sillabe inventate che non volevano dire niente eppure spiegavano tutto, quell’allegria disperata e contagiosa che ti faceva ballare anche quando avevi il cuore a pezzi. Lucio era un pezzo di terra e un pezzo di cielo, un miracolo strano nato tra i portici e il mare, e adesso che non c’è più resta solo quel fischio leggero nell’aria, come se fosse appena girato l’angolo, pronto a farci un altro scherzo.

venerdì 19 giugno 2026

Parlo di noi


Parlo di noi
Parlo di noi, sagome dentro un bar
Sbiaditi figuranti di questo immenso e finto avatar
Parlo di noi, comparse senza un'identità
Che svendono i ritagli di un sogno bagnato
Dalla cruda realtà.
Parlo di noi, persi in un limbo di periferia
Cercando ad ogni costo un briciolo di poesia
Rinchiusi in uno schermo per non guardare fuori
In questa galleria di finti splendori
Di noi che per non piangere gridiamo alla luna
E barattiamo l'anima per un po' di fortuna
E andiamo a letto per addormentare un rimpianto
Che ci resta accanto.
Parlo di noi, che ogni giorno corriamo
Inseguiti da scadenze e bollette
Anime in affitto, che ancora ci illudiamo
Mentre il tempo ci consuma a sigarette
Di noi che per paura stringiamo le manette
Senza riuscire mai ad essere eroi
Di questa piccola giostra sbiadita
Che chiamiamo ancora vita.
Parlo di noi, parlo di noi.
Di noi
Che affoghiamo nei sorsi di un'altra bugia
Nessuno si nasconda, io parlo di noi
Clienti abituali di questa agonia
Destinati a un viaggio senza ritorno
A consumare l'alba aspettando il giorno
Noi che dai vecchi miti e dalle promesse
Siamo prede rimesse.
Parlo di noi, che dentro al petto lottiamo
Per difendere quello che siamo
Foglie d'autunno che cadono piano
Sotto i colpi del fango
Ultimi romantici dentro a un vecchio ballo
Di noi che in mezzo al fiele ci amiamo
E siamo ormai, nostro malgrado, gli eroi
Di questa piccola giostra sbiadita
Che chiamiamo ancora vita.
Parlo di noi, parlo di noi.