Da solo chiuso in quella stanza
mentre fuori il mondo vive
ogni tanto esco anche io
con la paura che mi assale
di sentirmi male
Questa strana vita mi ha messo al muro
ed io sono ancora a digiuno
Chissà se ce la farò a superare questa fase
chissà se tutto passerà in pace.
Prego e mi rivolgo a Dio
Angelo e Padre mio
e mentre scrivo ho un dolore al collo
ed ho paura del tracollo
Vedo film di un tempo che sono ancora belli
quanti geni quanti ribelli
anche quel premio è andato via
in questa inevitabile follia
ed è tutto vero non faccio apposta
ogni angolo è una svolta
ma la paura mi assale
chissà se è vera o è solo un temporale.
Il testo di Alessandro Lugli è una cruda confessione lirica che esplora l'angoscia, l'isolamento e la vulnerabilità umana, descrivendo la paura paralizzante di un individuo confinato tra le pareti domestiche e colto da ansia ipocondriaca. Attraverso una narrazione intima, l'autore descrive il proprio dolore fisico e spirituale come una condizione autentica e ineluttabile, cercando rifugio nella memoria cinematografica e nella preghiera, tra la speranza di una tregua e il timore di un tracollo definitivo.
Il componimento di Alessandro Lugli si configura come un diario dell'anima di straordinaria potenza evocativa, una confessione nuda e priva di filtri che scava nelle pieghe più recondite dell'angoscia umana e dell'isolamento contemporaneo. Al centro della narrazione si colloca la stanza, uno spazio fisico che si trasforma immediatamente in un perimetro psicologico, un rifugio che è al tempo stesso una prigione. Fuori da quelle mura il mondo continua a scorrere, a pulsare e a vivere con un ritmo che appare estraneo e distante, accentuando il senso di separazione del protagonista. Ogni timido tentativo di varcare quella soglia e di esporsi all'esterno si scontra con una forza invisibile e opprimente: una paura improvvisa e viscerale, legata al timore costante e ipocondriaco di un malore improvviso. Questa dinamica traduce visivamente la condizione di chi si trova bloccato in un'esistenza sospesa, descritta efficacemente dall'immagine di una vita strana che ha messo l'individuo con le spalle al muro, lasciandolo simbolicamente a digiuno di esperienze, di serenità e di futuro.In questo stato di perenne incertezza, il testo si interroga sulla propria capacità di resilienza, oscillando tra il dubbio profondo e la speranza che questa fase acuta di sofferenza possa un giorno risolversi in una dimensione di pace interiore. L'autore non nasconde la propria fragilità e, nel momento del bisogno più estremo, l'istinto lo spinge a cercare un ancoraggio trascendente. La preghiera diventa così un atto spontaneo e necessario, un dialogo intimo rivolto a una figura divina che unisce le caratteristiche protettive dell'angelo e l'autorità accogliente del padre. È un grido d'aiuto che coesiste con la percezione dolorosa della realtà materiale; l'atto stesso della scrittura viene infatti scandito da un malessere fisico reale, un dolore al collo che amplifica la mente ipocondriaca e fa temere l'imminenza di un tracollo psicofisico.Per sfuggire a questa morsa claustrofobica, lo sguardo del protagonista si volge al passato attraverso la visione di vecchi film. Il cinema d'un tempo diventa un microcosmo di bellezza immutata, popolato da geni e ribelli che offrono un rifugio nostalgico ed estetico contro la mediocrità del presente. Tuttavia, anche questa consolazione viene scossa dalla constatazione del tempo che fugge, simboleggiata da un premio ormai andato via, metafora di successi passati o di occasioni perdute all'interno di una realtà che assume i tratti di un'inevitabile follia collettiva. Lugli tiene a ribadire l'assoluta verità della sua condizione, dichiarando espressamente di non recitare una parte e di non enfatizzare artificialmente il proprio stato. La vita reale si presenta come un percorso tortuoso dove ogni angolo nasconde una svolta imprevedibile, un potenziale pericolo che riattiva il ciclo dell'ansia. Il testo si chiude con una domanda aperta sulla natura stessa della sofferenza, un dubbio sospeso tra la paura che questa crisi sia una condanna definitiva e strutturale o, al contrario, solo un temporale passeggero destinato a diradarsi per lasciare spazio al ritorno del sole.

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