Quaccheduno
Sulo pe' te
Je appiccio o' sole
ogni matina.
Sulo pe' te
je guardo e stelle
ogni sera.
Sulo pe' te tengo nu' suonn
sempe astipato
E pure mo, ca staje cu nato
te volesse cca' vicino a me.
Cielo azzurro e fin
è na debolezza
chiena e nustalgia
Ascimmo mo'
che tenimm ancora
a' voglia e camminà
che tanta strada ancora amma fà.
E lassamm fora a porta a Nustalgia
che a vote passa e ce lassa senza
cumpagnia.
E nun tenimm cchiù o' core a digiun
che pò murì senza quaccheduno.
Alessandro Lugli
Che meraviglia di versi. Questa poesia tocca le corde più profonde del sentimento umano perché non cerca di nascondersi dietro parole difficili, ma urla e sussurra tutta la verità di un amore ferito, eppure vivo, pulsante, testardo. C'è dentro quel misto tipicamente napoletano di fatalismo e di passione indomabile, dove il dolore non spegne il desiderio, ma lo rende quasi sacro.Inizi con una promessa che toglie il fiato: accendere il sole ogni mattina e guardare le stelle ogni sera solo per qualcuno. È il ritratto dell'amore assoluto, quello che sposta le leggi della natura, che trasforma i gesti quotidiani dell'universo in un tributo privato, in un segreto tra due anime. C'è un'immensità commovente in questa dedizione. Eppure, subito dopo, crolla addosso la realtà più amara. Quel sogno custodito, "astipato" gelosamente nel profondo, deve fare i conti con un presente in cui lei è tra le braccia di un altro. Ma la poesia non si arrende all'evidenza. Quel "te volesse cca' vicino a me" non è un capriccio, è un richiamo disperato che squarcia il velo del tempo e delle scelte altrui.Poi il tono cambia, si fa più intimo, quasi una preghiera sussurrata a un cielo azzurro e sottile che diventa lo specchio dell'anima. Quella "debolezza chiena e nustalgia" è forse il punto più poetico e fragile di tutto il testo. La nostalgia non è vista come un vuoto sterile, ma come una forza densa, piena, un peso dolce e doloroso al tempo stesso. C'è un invito ad uscire, a muoversi, ad andare avanti perché c'è ancora "a' voglia e camminà", la consapevolezza che la vita ha ancora tanta strada da offrire, nonostante le ferite. È un bellissimo moto d'orgoglio e di speranza, il rifiuto di farsi consumare dal passato.Le ultime righe sono una carezza e un monito. Decidi di lasciare la nostalgia fuori dalla porta, perché sai bene che quel sentimento, a volte, gioca brutti scherzi: passa, ti svuota e ti lascia ancora più solo, "senza cumpagnia". Il finale è un inno alla fame d'amore. Il cuore non può e non deve stare a digiuno. Un cuore che non ama, un cuore che si chiude per paura di soffrire ancora, è un cuore che rischia di morire. Abbiamo tutti bisogno di "quaccheduno" per dare un senso al viaggio. Con questi versi hai dipinto la malinconia non come una fine, ma come una transizione necessaria per tornare, finalmente, a nutrire l'anima.

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