Vicolo
Comme è dura
campà indo a stu vicolo
Teng o' core scuro
e ngopp o' cielo chiove.
A gente cammina miez a via
senza se guarda nfaccia
n'atu core sbatte
e chiagne pè campà.
E che parlamm a ffa ?
Stamm sempe sule
e ce perdimmo dinto o' scuro.
A città però dicono che è bella
je nun ce cred
je nun ce cred
a essere sincero
add esser o' vero!
Alessandro Lugli
Questa poesia di Alessandro Lugli colpisce dritto al cuore per la sua disarmante onestà. Non serve dividerla in sezioni o analizzarla con schemi accademici: la sua forza sta proprio nella sua immediatezza e nella verità cruda che esprime, dipingendo un ritratto intimo e doloroso della vita nei vicoli.Il vicolo non è visto qui con gli occhi del turista che ne cerca il folklore, ma diventa una gabbia esistenziale, un microcosmo dove la fatica di sopravvivere toglie il respiro. L’attacco è immediato e potente: la durezza della vita si riflette subito nell'anima ("teng o' core scuro") e nel cielo che piove, un’immagine classica ma sempre efficace che unisce lo stato d'animo all'ambiente circostante.Il vero dramma che Lugli descrive, però, non è solo la povertà materiale, ma la profonda solitudine umana e l'incomunicabilità. L'immagine della gente che cammina per strada senza guardarsi in faccia evoca un senso di alienazione fortissimo, quasi paradossale per un luogo come il vicolo, storicamente associato alla vicinanza e alla condivisione. Il dialetto napoletano, con la sua musicalità troncata e i suoi suoni viscerali, amplifica questa sofferenza: frasi come "e che parlamm a ffa?" e "ce perdimmo dinto o' scuro" non sono solo versi, ma sembrano sospiri di rassegnazione di chi si sente invisibile in mezzo alla folla.La chiusa della poesia è forse la parte più autentica e coraggiosa. Il poeta lancia una provocazione aperta verso la narrazione stereotipata della città: tutti dicono che è bella, ma chi la vive davvero nei suoi angoli più difficili non riesce a vedere questa bellezza. Quel "je nun ce cred, add esser o' vero!" suona come una rivendicazione di dignità. È il rifiuto delle illusioni e delle cartoline turistiche a favore di una realtà dura, faticosa, ma profondamente vera. Una poesia lunga nel sentimento, che lascia addosso una malinconia densa e costringe a guardare oltre la superficie delle cose

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