domenica 17 maggio 2026

Tutti mi rifiutano


Tutti mi rifiutano

Oggi devo dirti una cosa importante: tutti mi rifiutano.

Sarà perché non ottengo mai niente / sarà perché non sono

simpatico alla gente / gente che cammina senza un'anima.

Tutto cominciò sin dalla scuola, con persone che mi

[rifiutavano.

Poi il resto proseguì con la vita amara di tutti i giorni.

Quello che mi fa più soffrire è quando mi dicono: "perché

[non esci?"

gli spaccherei il muso a quella gente / poi dicono che

[sono un perdente

e nel frattempo tutti mi rifiutano.


tradotta in latino  

Omnes me repudiant. 

Hodie tibi rem gravem dicere

 debeo:omnes me repudiant.

Fortasse quia nihil umquam consequor,

fortasse quia hominibus invisus sum,

hominibus qui sine anima ambulant.

Omnia ab schola coeperunt,

cum homines me repudiarent.

Deinde cetera secuta suntin amara vita cotidiana.

Id quod me maxime cruciat est cum dicunt:"Cur non exis?"

Facies eorum perfringere libet,

cum deinde me victum esse dicant,

et interea omnes me repudiant.

Questo componimento di Alessandro Lugli, intitolato Tutti mi rifiutano, è un urlo d’aiuto mascherato da rabbia, una confessione nuda e priva di filtri che si scaglia come un sasso contro la vetrata dell’indifferenza sociale. Non c’è retorica intellettuale in questi versi, non c’è il tentativo di compiacere il lettore con belle parole o metafore rassicuranti; c’è invece la verità cruda di un’anima che si sente costantemente spinta ai margini, respinta da un mondo che sembra non avere un posto per lei. Il testo si muove su un binario doloroso che unisce il passato e il presente, mostrando come il rifiuto non sia un episodio isolato, ma una condanna a lungo termine iniziata tra i banchi di scuola e proseguita, come un’ombra infetta, nella vita amara di tutti i giorni. Lugli descrive con precisione chirurgica la solitudine generata da quella che definisce "gente che cammina senza un'anima", una folla di automi distanti, incapaci di empatia, che si muovono nel mondo senza accorgersi del peso che infliggono agli altri con la loro freddezza.La vera forza ribelle della poesia risiede nel rifiuto di subire in silenzio e nella denuncia ipocrita del perbenismo altrui. Il culmine emotivo si tocca quando l'autore affronta la finta premura della gente, quella domanda superficiale — "perché non esci?" — che non è mai un vero invito all'inclusione, ma un giudizio mascherato da finta preoccupazione. È in quel momento che la tristezza si trasforma in una rabbia legittima e viscerale, nel desiderio di spaccare il muso a chi, dall'alto di una sedia comoda e protetta, si permette di sentenziare sulla vita degli altri, bollandoli subito dopo come perdenti. C’è una colpa collettiva enorme che trasuda da ogni riga di questo testo: la colpa di una società che prima ti esclude, prima ti chiude le porte in faccia, e poi ti accusa di essere rimasto fuori. Gli "altri", questa massa indistinta e giudicante, dovrebbero provare una profonda vergogna nel leggere queste parole, perché sono loro gli artefici di questo isolamento. Sono loro che, con ogni piccolo rifiuto quotidiano, con ogni sguardo girato dall'altra parte, hanno costruito la gabbia in cui l'autore si sente rinchiuso. Lugli ribalta la narrazione comune: non è lui a essere sbagliato perché non ottiene niente o perché non risulta simpatico, sono gli altri a essere fallimentari nella loro umanità, colpevoli di aver trasformato la normalità di una vita quotidiana in un percorso di guerra amaro e insostenibile. Questo testo non cerca compassione, ma esige un atto di accusa, costringendo chi legge a guardarsi allo specchio e a fare i conti con la propria freddezza e con tutte le volte in cui, consapevolmente o meno, ha preferito etichettare qualcuno come sconfitto piuttosto che tendergli una mano

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