Carcere
Tra poco andrò in carcere
e li morirò
in mezzo a gente sconosciuta
a letti scomodi
Tutta la mia vita è stata un disastro
e mentre gli altri rideranno
io morirò dentro un carcere malridotto
Questa è la fine di Alessandro Lugli
Avete vinto voi
Voi Santi voi senza peccato
voi sempre primi
voi i migliori
voi fortunati
voi tutti
ed io muoio
Questa poesia di Alessandro Lugli colpisce immediatamente per la sua disarmante, quasi brutale, onestà intellettuale ed emotiva. Non c'è traccia di artificio letterario, di compiacimento estetico o di quella retorica del dolore che spesso rischia di anestetizzare la sofferenza reale; si avverte invece il peso schiacciante di una confessione nuda, pronunciata con il fiato corto di chi sente di non avere più nulla da perdere, né da difendere. Il testo si muove lungo una traiettoria lineare e implacabile, che parte da una certezza geografica ed esistenziale imminente — l’ingresso in carcere — per allargarsi a un bilancio totale e fallimentare della propria esistenza, fino a culminare in un atto di accusa definitivo contro il mondo esterno.La precisione del commento risiede proprio nel seguire questo flusso emotivo senza ingabbiarlo in categorie prefissate. Fin dall'inizio, la parola "carcere" non agisce solo come un luogo fisico di detenzione, ma come l'incarnazione plastica di un destino inevitabile. Il futuro "andrò" unito al "tra poco" cancella ogni dimensione di speranza o di appello; c'è una rassegnazione priva di sconti. L'accostamento immediato tra l'entrare in quel luogo e il morirvi esplicita che la reclusione, per l'autore, non rappresenta una pena temporanea o un percorso di riabilitazione, bensì il punto di arrivo terminale, la pietra tombale posta su una vita già percepita come interamente compromessa.La descrizione dell'ambiente carcerario si focalizza su due elementi di estrema concretezza: la "gente sconosciuta" e i "letti scomodi". Questa scelta minimalista è straordinariamente efficace per descrivere l'inferno della privazione. La "gente sconosciuta" evoca l'angoscia della solitudine di massa, il paradosso di essere perennemente circondati da altri corpi senza che vi sia alcuna forma di autentica connessione umana, un isolamento radicale in mezzo al rumore. I "letti scomodi", d'altro canto, sottraggono alla morte qualsiasi aura di solennità o di tragico eroismo. Morire su un letto scomodo significa morire nella miseria quotidiana, nella privazione del più elementare conforto fisico, accentuando il senso di totale degradazione dell'individuo.Il passaggio centrale espande lo sguardo dal presente della condanna all'intera biografia: "tutta la mia vita è stata un disastro". È un'affermazione radicale, priva di sfumature, che non lascia spazio a eccezioni o a momenti di riscatto. C'è un'assunzione di fallimento che abbraccia il passato nella sua interezza. La forza tragica di questa ammissione si amplifica nel contrasto stridente con l'esterno: "mentre gli altri rideranno io morirò". Qui si consuma una frattura insanabile tra l'io e il resto del mondo. Il riso degli altri non è necessariamente un riso di scherno diretto, ma rappresenta l'indifferenza spietata della vita che continua, la sfasatura intollerabile tra la tragedia personale e la normalità distratta o persino felice della collettività. Il "carcere malridotto" diventa così l'estensione fisica della propria interiorità devastata, uno specchio di mattoni e sbarre di quel disastro esistenziale iniziato ben prima della condanna giudiziaria.La sezione finale della poesia sposta l'asse del discorso dall'autocommiserazione a una lucidissima e amara requisitoria. L'espressione "avete vinto voi" sancisce la fine di una dinamica conflittuale, un match esistenziale in cui l'autore riconosce la propria definitiva sconfitta. Ma è l'identificazione di questo "voi" a svelare la profonda ferita sociale e morale del testo. L'elenco incalzante — i santi, i senza peccato, i sempre primi, i migliori, i fortunati — descrive, attraverso un uso sarcastico e doloroso dell'iperbole, una società che si autoassolve, che si barrica dietro la propria presunta rettitudine e il proprio successo.L'autore mette a nudo l'ipocrisia di un mondo diviso rigidamente in vincenti e perdenti, dove chi sta in alto specchia la propria virtù nell'abiezione di chi sta in basso. Chiamando gli altri "santi" e "senza peccato", Lugli evidenzia la spietatezza di una giustizia umana e sociale che non conosce la compassione, ma solo il giudizio definitivo. L'inclusione finale di "voi tutti" universalizza questa colpa, trasformando la società intera in un blocco monolitico di spettatori indifferenti o compiaciuti. Le ultime parole, "ed io muoio", sigillano il componimento isolando l'io lirico in un vuoto assoluto. Non c'è una richiesta di perdono, né un tentativo di discolparsi; c'è solo la constatazione finale di una asimmetria totale: da una parte la folla dei giusti, dei vicini alla meta e dei fortunati che continuano a vivere e a vincere, dall'altra un uomo solo, consegnato alle mura di una prigione e al silenzio della propria fine. La forza di questa poesia risiede interamente nella sua nudità verbale, capace di trasformare un fatto personale in un grido universale sulla solitudine e sull'irrimediabilità del fallimento umano davanti a una collettività che non sa accogliere la fragilità.

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