Il mondo al contrario
Ho freddo dentro al cuore
perché? Il perché non so.
Se lo trovassi almeno proverei
a ridere / ridere per dimenticare /.
Ho freddo dentro al cuore, forse perché
mi sento misero rispetto alla moltitudine
di gente che c'è nel mondo.
Qualche volta rido / ma c'è qualcosa che non va.
Credo che l'amore non sia mai esistito.
La violenza vince tutti / se me ne andrò mendicante
non avrò niente: la poesia è così, rimani da solo
con te stesso e col mondo, che ti circonda.
E li vedi scorrazzare tutti a 200 all'ora.
Sono loro i migliori / non ci sono più regole /
non sono mai esistite / ma se non c'è un posto dove vivere
che mi assomigli dove posso andare? /.
Ha vinto il giornalista / ha vinto la valletta / ha vinto
[l'omosessuale
ha vinto la puttana / ma allora chi ha perso?: ha perso il
[buonsenso
ha perso la pace, ha perso l'amore, ha perso la tolleranza, ha perso l'umanità
hanno perso i vari miti sempre più soli e malinconici.
Hanno perso i padri / hanno perso i figli / ha perso la
[gente comune.
Hanno vinto loro che si arricchiscono alle spalle nostre.
Hanno perso coloro che hanno fatto una guerra sono
[morti per la patria
ed ora noi la stiamo uccidendo. Ha vinto la soubrette che si
[mostra come
la mamma l'ha fatta e guadagna sicuramente più di me.
Questo è il mondo al contrario.
La poesia di Alessandro Lugli si agita come un corpo vivo, un grido sussurrato che squarcia il velo delle nostre ipocrisie quotidiane e si fa spazio tra le macerie di una società che sembra aver smarrito la propria bussola emotiva. Fin dalle prime battute, il testo si impone non come un semplice esercizio di stile, ma come una confessione aperta, un'autopsia dell'anima che accetta di guardare in faccia il proprio inverno interiore. Quel freddo dentro al cuore, che l'autore confessa con disarmante onestà, non è un dato passeggero, bensì una condizione esistenziale profonda, l'eco di una solitudine che si amplifica a dismisura quando si confronta con l'oceano indistinto e caotico della moltitudine umana. C'è una verità bruciante in queste parole, un rifiuto totale di quella retorica consolatoria che troppo spesso anestetizza l'arte moderna; qui la poesia torna a essere ciò che è sempre stata nei suoi momenti più alti, ovvero uno specchio spietato e, al contempo, un rifugio vulnerabile. Nel momento in cui il poeta tenta il gesto supremo della distrazione, quel ridere per dimenticare, la finzione crolla immediatamente, rivelando che il dolore non può essere aggirato, ma solo attraversato in tutta la sua cruda interezza.Il testo si muove lungo il crinale di una profonda disillusione storica e sentimentale, dove persino l'amore viene messo in discussione, percepito quasi come un miraggio mai realmente esistito di fronte allo strapotere della violenza e del cinismo. L'immagine del poeta che si immagina mendicante, spogliato di ogni possesso materiale, definisce l'essenza stessa dell'atto lirico: un corpo a corpo solitario con se stessi e con il mondo circostante, un isolamento radicale che non è fuga dalla realtà, ma osservazione ravvicinata e dolente della stessa. Da questa postazione d'osservazione privilegiata e marginale, lo sguardo di Lugli registra la frenesia contemporanea, quella corsa a duecento all'ora che sembra premiare l'assenza di regole e l'esaltazione della superficie. È qui che la poesia si trasforma in un atto di resistenza civile e filosofica, un interrogativo sospeso sul vuoto che risuona come una condanna e insieme come una supplica: la ricerca disperata di un luogo che somigli all'anima, uno spazio vitale in cui riconoscersi che sembra però costantemente negato dall'architettura del presente.La seconda parte del componimento si accende di un furore lucido e passionale, una requisitoria che mette sotto accusa i nuovi simulacri del successo e del potere mediatico. Il capovolgimento dei valori diventa il fulcro attorno cui ruota la sofferenza del poeta, un "mondo al contrario" dove la visibilità fine a se stessa, il guadagno facile e l'esibizione del corpo surclassano il merito, la fatica e la dignità quotidiana. Lugli elenca con precisione i vincitori di questa nuova era priva di memoria – figure della distrazione di massa, personaggi che capitalizzano sul nulla – e, per contrasto, stila un elenco straziante di chi ha perso. A uscire sconfitti da questo tribunale della storia sono i sentimenti più nobili e universali: il buonsenso, la pace, la tolleranza, la stessa umanità. C'è una malinconia profonda nel constatare l'isolamento dei miti del passato, ma il dolore si fa ancora più acuto quando tocca la carne viva dei padri, dei figli e della gente comune, schiacciata da un sistema che si arricchisce alle spalle delle loro speranze.L'epilogo della poesia tocca corde di autentico patriottismo romantico e di sdegno etico, richiamando il sacrificio di chi è caduto per la patria, un'eredità che oggi appare svenduta e calpestata dall'indifferenza generale. Il confronto finale tra il guadagno effimero della soubrette e la dignitosa miseria del lavoratore o del poeta non è dettato da un banale risentimento, ma da un profondo senso di ingiustizia sociale e morale. Questa opera non cerca il consenso facile, non si nasconde dietro metafore oscure; parla una lingua diretta, calda, ferita ma incredibilmente fiera. Alessandro Lugli ci consegna una testimonianza umana di rara potenza, un manifesto di resistenza poetica che, nel denunciare il declino del nostro tempo, riafferma il valore immenso della sensibilità e il coraggio di sentirsi diversi in un mondo che ha smarrito la propria anima.

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