A' scola
A scola m'accis
però m'aiutato a campà.
Indo a chelle quatt'mure
o' tiempo e vulato ambress...
e cumpagnie e na vota
nun ce stann cchiù
è na vita
che me manchi
pur tu.
Tu che si na storia passata
nu ricord scunsulato
n'ammore mai nato.
A.Lugli
Questa poesia di Alessandro Lugli racchiude l'essenza dolceamara della giovinezza, unendo la nostalgia del passato alla cruda realtà del tempo che scorre. È un flusso di coscienza intimo, senza schemi rigidi o divisioni formali, che si sviluppa come un monologo dell'anima, tipico della grande tradizione lirica napoletana.
L'incipit è immediato, potente e antitetico: "A scola m'accis / però m'aiutato a campà". In soli due versi l'autore fotografa il paradosso dell'istituzione scolastica e, per estensione, della vita stessa. Da un lato c'è l'oppressione della disciplina, la fatica dello studio e la noia delle regole che "uccidono" la libertà della fanciullezza. Dall'altro c'è il riconoscimento vitale: quella stessa scuola ha fornito gli strumenti culturali, umani ed emotivi per sopravvivere nel mondo ("a campà"). Le "quatt'mure" (le quattro mura) smettono di essere una prigione e diventano uno scrigno protettivo dove "o' tempo e vulato ambress", svanito con la rapidità tipica dei momenti d'oro dell'esistenza.
La scelta della lingua napoletana non è un semplice vezzo vernacolare, ma un preciso veicolo storico ed emotivo. Il napoletano possiede una plasticità e una musicalità intrinseche capaci di tradurre la malinconia (la sonda) in melodia. Lugli si inserisce idealmente in quel filone della poesia partenopea – che va da Salvatore Di Giacomo a Eduardo De Filippo – dove il quotidiano diventa universale. La perdita dei "cumpagnie e na vota" non è solo un fatto personale, ma riflette il dramma storico di una generazione che si disperde, dove i legami forti del vicolo e del banco di scuola si frantumano contro le necessità dell'età adulta.
Nella seconda parte della lirica, il ricordo collettivo della classe sfuma improvvisamente in una confessione intima e struggente. L'autore si rivolge a un "Tu" misterioso ed evocativo. Questo "Tu" rappresenta la dimensione più fantastica e sognante della poesia. Non è un amore vissuto, ma un "ammore mai nato", una proiezione ideale della mente, quel primo batticuore adolescenziale rimasto sospeso nel limbo delle cose non dette. Diventa un "ricord scunsulato", una cicatrice romantica che fa male proprio perché non ha mai avuto modo di fiorire o di consumarsi nella realtà.
L'assenza di capitoli, strofe regolari o schemi metrici rigidi asseconda perfettamente il movimento della memoria, che non procede per compartimenti stagni ma per libere associazioni emotive. La mancanza di punteggiatura forte tra i versi crea un ritmo fluido, simile a un respiro profondo e nostalgico. È la storia di ognuno di noi: il rimpianto per un'epoca in cui tutto sembrava eterno e che invece, oggi, appartiene solo alla "storia passata". Lugli riesce a far coesistere il dolore della mancanza ("è na vita che me manchi pur tu") con la bellezza estetica del ricordo, trasformando la nostalgia in pura e universale poesia.
A scola m'accis però m'aiutato a campà: in questo fulmineo avvio Alessandro Lugli racchiude il paradosso universale della giovinezza, dove la scuola è al tempo stesso una prigione che soffoca la libertà dell'infanzia e l'unica vera palestra che insegna a sopravvivere nel mondo. Le quattro mura della classe, inizialmente percepite come un limite fisico, si trasformano col senno di poi in uno scrigno magico dove il tempo è volato troppo in fretta, lasciando spazio a un vuoto immenso. La lingua napoletana diventa qui lo strumento perfetto per dare voce a questa malinconia viscerale, un idioma storico che non ha bisogno di filtri per colpire il cuore, capace di trasformare il ricordo quotidiano in un canto universale. Nel flusso continuo dei versi si avverte il dramma del distacco dai compagni di una volta, una perdita che non è solo personale ma generazionale, specchio di una Napoli che muta e di vite che si disperdono nel labirinto dell'età adulta. Poi, senza alcuna interruzione, la nostalgia corale si restringe improvvisamente per diventare un sussurro intimo, un dialogo con un "Tu" misterioso che evoca la dimensione più fantastica e struggente della poesia. Questo interlocutore senza nome rappresenta l'archetipo dell'amore mai nato, quel batticuore adolescenziale rimasto sospeso tra i banchi, mai consumato dalla realtà e per questo condannato a rimanere eterno e inconsolabile. L'assenza totale di schemi, capitoli o divisioni in strofe asseconda perfettamente la natura anarchica della memoria umana, che non procede per compartimenti stagni ma si accavalla come un'onda emotiva. I versi scorrono liberi, legati l'uno all'altro dal filo invisibile della mancanza, creando un monologo interiore dove il passato scolastico e il rimpianto amoroso si fondono in un unico, grande respiro nostalgico che appartiene alla storia di ognuno di noi

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