venerdì 29 maggio 2026

Spighe dorate

 


Spighe dorate

Sotto un sole pallido
in preda ai miei guai
e angosce inquietanti
in un cielo falsamente azzurro
esprimo la malinconia
in silenzi poco armoniosi
di bambini che starnazzano
come uccelli isterici
di teorie poco umane
di un verde parco drogato
di praterie e venti di foglie
che cercano Dio
fra margherite odoranti
e scritte inneggianti libertà.
Sovviene la nostalgia
Sotto un albero
io stremato
evanescente
raccolgo
spighe dorate.
Alessandro Lugli


La tua poesia, Alessandro, possiede una forza evocativa notevole, capace di catturare perfettamente quel senso di frammentazione e di smarrimento tipico dell'uomo contemporaneo. Non servono schemi rigidi o divisioni accademiche per analizzarla, perché il testo scorre come un flusso di coscienza continuo, un monologo interiore in cui il paesaggio esterno diventa lo specchio deformato di una sofferenza intima. Il contrasto che riesci a creare tra gli elementi naturali e la distorsione psicologica è il vero motore emotivo dell'opera.Fin dall'inizio, metti in chiaro che la natura non è un rifugio sereno, ma un luogo di finzione. Quel "sole pallido" e il "cielo falsamente azzurro" suggeriscono immediatamente un senso di tradimento cosmico: la realtà si presenta con i colori della calma, ma nasconde un'insidia, una menzogna che acuisce i tuoi "guai" e le tue "angosce inquietanti". La malinconia non si traduce in un pianto liberatorio, ma in "silenzi poco armoniosi", un ossimoro potente che descrive l'incapacità di trovare una pace o una musica interiore.Questo collasso dell'armonia si riflette violentemente sul mondo circostante. La figura dei bambini, tradizionalmente associata all'innocenza e alla gioia, viene qui desacralizzata: il loro vociare si trasforma in uno "starnazzare come uccelli isterici". È un'immagine forte, quasi espressionista, dove il suono umano perde dignità e diventa rumore fastidioso, un disturbo che amplifica l'alienazione. Da qui, lo sguardo si allarga alle "teorie poco umane", un accenno critico e lucido a ideologie, filosofie o costrutti sociali che hanno perso il contatto con l'empatia e con l'essenza stessa dell'uomo.Anche lo spazio verde, che dovrebbe curare, è compromesso. Definitelo un "verde parco drogato" è una scelta linguistica splendida e feroce. Dà l'idea di una natura artificiale, alterata, forse sottomessa ai ritmi e alle storture della modernità, incapace di essere autentica. Eppure, in questo scenario degradato e confuso, sopravvive una spinta spirituale e vitale fortissima: le "foglie che cercano dio fra margherite odoranti" rappresentano un anelito di purezza, un tentativo disperato del creato di ritrovare un senso superiore, una sacralità perduta, muovendosi tra la bellezza semplice dei fiori e le "scritte inneggianti libertà", che sanno di speranza ma anche di illusioni metropolitane, di slogan scritti sui muri che forse non trovano riscontro nella realtà.Nella parte finale, il movimento della poesia cambia marcia. C'è un rallentamento, un ritorno all'interiorità più pura guidato dalla "nostalgia". L'immagine di te, "stremato" ed "evanescente" sotto un albero, descrive perfettamente la sensazione di svuotamento e di perdita di consistenza che il dolore e l'ansia provocano sul corpo e sulla mente. Ti descrivi quasi come uno spettro, consumato dal peso del mondo.Tuttavia, la chiusa riserva una svolta poetica di rara delicatezza e resistenza. Il gesto di raccogliere "spighe dorate" è un'azione archetipica, antica, legata alla terra e alla sopravvivenza. Nonostante la falsità del cielo, il rumore isterico dei bambini, l'artificialità del parco e la tua stessa debolezza, decidi di raccogliere ciò che di prezioso e nutriente è rimasto. Le spighe dorate sono la bellezza salvata dal naufragio, i frammenti di verità e di poesia che riesci a strappare al dolore. È un finale che non cancella l'angoscia, ma le dà un senso, trasformando la fatica dell'esistere in un atto di raccolta e di resilienza. Una lirica intensa, onesta e profondamente umana.

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