giovedì 14 maggio 2026

In sogno Napoli

 


In sogno Napoli


Napoli, ti sognavo tutte le notti

quando ero lontano da te.

Un sogno, una malattia, una favola

sei per me.

Napoli, sei un incubo per me

perché il tuo destino è come

il mio: morire per risorgere.

Napoli hai una aria strana e

a me che ci son nato dammi

un po' di felicità.

Napoli

è brutta da vicino, ma quando

ti sto lontano

vorrei tornare

a piedi da te.



Commento



Questa intensa poesia di Alessandro Lugli esprime un legame viscerale, quasi carnale, con la città di Napoli, muovendosi costantemente sul filo di una profonda e lacerante ambivalenza emotiva. Il testo si configura come un accorato monologo lirico, una confessione intima in cui l'autore proietta la propria stessa esistenza e le proprie fragilità nell'immagine complessa della sua terra d'origine. Il sentimento predominante è la nostalgia dell'esilio, quella distanza fisica che non separa ma, al contrario, amplifica l'ossessione e il desiderio. Sognare la città tutte le notti quando si è lontani non è un semplice esercizio di ricordo, ma diventa una condizione totalizzante, un'esigenza dello spirito che confina con l'alterazione della percezione. La triade concettuale che definisce Napoli come un sogno, una malattia e una favola racchiude l'intera gamma dell'esperienza umana e psicologica del poeta. La città è contemporaneamente un ideale etereo, una patologia dell'anima da cui non si può guarire e un racconto magico fuori dal tempo. Questa convivenza di opposti prepara il terreno per la successiva e potente definizione di Napoli come incubo. La vicinanza tra l'amore assoluto e il tormento si fa esplicita nel parallelismo del destino: il legame diventa indissolubile perché sia la città che l'autore condividono la tragica e gloriosa condanna di dover morire per poter risorgere. In questa dinamica di continua distruzione e rinascita si legge il riscatto spirituale, la capacità tipicamente napoletana di non darsi mai per vinti, trovando nella sofferenza la forza per una nuova genesi. L'aria strana che il poeta percepisce introduce un elemento di mistero e di sospensione, un'atmosfera quasi mistica che avvolge le strade e le esistenze di chi vi è nato. Essere figli di questa terra conferisce il diritto, e al tempo stesso il bisogno, di rivolgere alla città una supplica elementare ma vitale, ovvero la richiesta di un po' di felicità. Napoli non è solo uno sfondo geografico, ma una divinità materna e severa a cui si chiede sollievo. Il finale della poesia tocca il vertice del realismo emotivo attraverso il contrasto visivo e spaziale: l'ammissione che la città sia brutta da vicino svela il rifiuto delle sue contraddizioni quotidiane, del suo caos e delle sue piaghe visibili a occhio nudo. Eppure, non appena subentra la distanza, ogni giudizio critico crolla e si trasforma in un impulso irrazionale, nel desiderio assoluto di compiere un cammino faticoso, di tornare a piedi, pur di ricongiungersi con quell'essenza che, nonostante tutto, rappresenta l'unico vero concetto di casa.

Nessun commento:

Posta un commento