C'è un ricordo preciso, quasi un archetipo d’infanzia, che si accende ogni volta che scorrono i titoli di testa di un pomeriggio qualunque. È il rumore di uno schiaffo. Ma non un ceffone qualsiasi, non c’è mai stata violenza vera in quel suono. Era un battito secco, plastico, una specie di rintocco teatrale che metteva fine alle ingiustizie del mondo con la stessa precisione di un accordo musicale ben riuscito. Quel suono aveva il corpo, la barba e il sorriso sornione di Carlo Pedersoli, che per tutti noi è stato, e rimarrà sempre, Bud Spencer.
Scrivere di lui oggi non significa fare la cronologia di una carriera o elencare i successi al botteghino con la freddezza dei numeri. Significa piuttosto evocare un profumo di fagioli cucinati direttamente nella padella di ghisa, il calore della polvere del deserto che si mescola all'odore delle scazzottate nei saloon, e quella rassicurante certezza che, alla fine, i cattivi avrebbero avuto la peggio senza versare una sola goccia di sangue. Bud Spencer è stato il gigante buono che ognuno di noi avrebbe voluto avere al proprio fianco durante la ricreazione, quando i bulli si facevano troppo vicini. C’era una logica quasi matematica nel suo cinema, una geometria della salvezza: arrivava il sopruso, cresceva la tensione, la sua barba si stringeva in un leggero accenno di fastidio – quel sublime "finto sordo" di chi spera fino all'ultimo di non dover posare il piatto – e poi esplodeva la catarsi. Una catarsi che faceva ridere, che liberava l'anima.
Ma dietro lo schermo, dietro quel nome d'arte nato quasi per gioco dall'unione di una birra americana e di uno degli attori più amati, si nascondeva una complessità umana straordinaria, una poesia della normalità che rendeva l'uomo ancora più affascinabile del personaggio. Carlo Pedersoli era un nuotatore olimpionico, un uomo che aveva domato l'acqua prima di conquistare la pellicola. Aveva una grazia insospettabile in quel corpo monumentale, una fluidità che poi ha trasferito nelle sue coreografie sul set, trasformando i combattimenti in veri e propri balletti slapstick. C'è una profonda poesia in questa transizione: l'atleta d'élite, abituato al rigore dei cronometri e delle corsie, che diventa l'icona Pop della disarticolazione, il difensore degli umili che abbatte i cattivi con un pugno d'alto in basso sulla testa, come se stesse piantando un chiodo nel legno.
Il suo legame con Mario Girotti, il nostro Terence Hill, è stato poi uno dei miracoli più puri della storia del cinema. Non erano solo due attori che funzionavano insieme; erano gli opposti che si completavano per diritto divino. La luce felina e la rapidità di Terence trovavano il loro centro di gravità permanente nella roccia immobile di Bud. Uno era l'aria, l'altro la terra. Insieme hanno inventato un genere, hanno preso il western – che fino a quel momento era stato fatto di polvere, sudore e sguardi di ghiaccio alla Sergio Leone – e lo hanno trasformato in una favola solare, accessibile a un bambino di sei anni come a un nonno di ottanta. La logica del loro successo risiedeva proprio in questa universalità senza tempo. Non avevano bisogno di volgarità, non cercavano la provocazione a tutti i costi. La loro era una commedia dell'arte moderna, dove le maschere erano trasparenti e l'onestà intellettuale si percepiva in ogni fotogramma.
Guardare oggi un suo film provoca una nostalgia sottile, un amarcord che non è solo rimpianto per un'epoca cinematografica passata, ma nostalgia per un certo modo di stare al mondo. C'era un'immensa dignità nella fame dei suoi personaggi, un'eterna fame di giustizia che si traduceva concretamente in gigantesche spaghettate o pile di hamburger. Bud Spencer ha dato corpo all'appetito della vita. Quando cantava con quel filo di voce profonda, quando pilotava un elicottero o guidava una duna buggy rossa con la capottina gialla, trasmetteva un senso di avventura possibile, un'epica quotidiana alla portata di chiunque avesse il cuore pulito.
Alla fine, la sua grandezza è stata proprio questa: essere rimasto meravigliosamente fedele a se stesso, un uomo colto, curioso, pilota di aerei, paroliere, inventore, che ha scelto di regalare al pubblico la maschera della burbera benevolenza. Quando il mondo si fa troppo complicato, cinico e rumoroso, c'è un rifugio sicuro in cui possiamo sempre tornare. Basta chiudere gli occhi e ascoltare quel coro che canta "Watch out for the greyhound, she'll be chasing you", aspettando che un gigante dal cuore d'oro si volti, guardi dritto nell'obiettivo e ci rassicuri con un sorriso, prima di rimettere a posto le cose con un memorabile, poetico ceffone.

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