Lucio Dalla non lo puoi ingabbiare in un capitolo, non lo puoi spiegare con una scaletta. Lucio era un flusso, un’improvvisazione continua di jazz e di vita, un respiro profondo e irregolare che profumava di sale, di tabacco e di vicoli bolognesi. Se chiudo gli occhi lo vedo ancora lì, con quel cappelletto di lana piantato in testa pure a primavera inoltrata, gli occhialini tondi che sembravano due oblò spalancati sul mondo e quella barba folta, disordinata, che nascondeva un sorriso sempre a metà tra il dispetto di un bambino e la saggezza di un vecchio marinaio. Era un folletto. Un omino piccolo che però, quando apriva bocca, diventava gigantesco, riempiva le stanze, spettinava l’anima. Faceva un freddo cane certe sere a Bologna, via D’Azeglio sembrava un teatro vuoto e poi improvvisamente sbucava lui, un’ombra buffa che camminava veloce, magari parlando da solo o accennando un motivo col clarinetto invisibile tra le dita. Lucio era così, non distingueva la vita dalla musica, per lui erano la stessa identica cosa, un’unica grande notte da vivere a fari spenti. Ti portava a spasso nel tempo senza chiederti il permesso. Una volta eri a bordo del Rex a guardare l’America che sembrava un sogno lontano, un’altra volta ti ritrovavi sulle panchine di Piazza Grande a dividere un pezzo di pane con i gatti e con i disperati, sentendoti addosso la stessa dignità di un re. Aveva una compassione immensa, Lucio. Sapeva guardare gli ultimi, i matti, i dimenticati, e trasformarli in poesia pura, senza mai fare la predica, senza mai salire in cattedra. Cantava l’amore come se lo stesse inventando in quel momento, con quelle parole semplici che però ti si piantavano dentro e non se ne andavano più, come il graffio di un’unghia sul cuore. E poi c’era il mare, quel mare di Sorrento che luccicava di notte e faceva fischiare il sangue nelle vene, lo stesso mare che ha cullato gli ultimi passi di Caruso e che Lucio ha saputo trasformare in una preghiera laica, dolorosa e bellissima. Quando cantava stringeva i pugni, chiudeva gli occhi e sembrava che stesse facendo a pugni con l’aria, che stesse strappando le note direttamente dal cielo per regalarle a noi, poveri umani quaggiù. Non c’era finzione in lui, c’era solo una fottuta, meravigliosa urgenza di esistere e di farci sentire vivi. Manca quel suo modo di fare scat, quelle sillabe inventate che non volevano dire niente eppure spiegavano tutto, quell’allegria disperata e contagiosa che ti faceva ballare anche quando avevi il cuore a pezzi. Lucio era un pezzo di terra e un pezzo di cielo, un miracolo strano nato tra i portici e il mare, e adesso che non c’è più resta solo quel fischio leggero nell’aria, come se fosse appena girato l’angolo, pronto a farci un altro scherzo.

Nessun commento:
Posta un commento