martedì 2 giugno 2026

L'odore del vento prima della pioggia (libro di poesie 20 di Alessandro Lugli inedito mai pubblicato)

 


1-Il vento

Il vento di stasera non chiede il permesso. Passa tra le fessure delle tapparelle vecchie, scrosta quel poco di vernice rimasta sul davanzale e mi dice che là fuori c'è tutto il vuoto che ho sempre cercato. Non voglio le vostre cene di compleanno dove ci si chiede come va il lavoro, non voglio le promozioni che ti incatenano a una scrivania di finto mogano con la foto di una vacanza di tre anni fa. Voglio solo camminare fino a quando le scarpe non mi fanno male davvero, sentire il peso della carne e nient'altro. C'è una specie di malattia nel modo in cui vi incastrate nei vostri orari perfetti, nei treni delle otto e un quarto, nelle domeniche pomeriggio passate a pulire il pavimento della cucina. Io preferisco la polvere. Preferisco la luce sporca dei lampioni che entra da una finestra senza tende in una stanza che non è la mia e non sarà mai di nessuno. Lasciatemi perdere il tempo, lasciatemi sprecare i giorni come se ne avessi un'infinità in tasca, anche se so che il conto è quasi finito. Non ho bisogno di un futuro che assomigli a un modulo da compilare.
2. Le mani pulite
Avete tutti questo disperato bisogno di mettere dei confini alle cose, di dire questo è mio, questo è tuo, questo è il posto dove dobbiamo stare fermi e aspettare che passi l'inverno. Io ho le mani sporche di tabacco e di terra grezza, eppure mi sento molto più pulito di voi quando vi lavate la coscienza con un sorriso di circostanza sul pianerottolo. Non voglio i vostri contratti d'affitto a lungo termine che puzzano di trappola prima ancora di aver firmato l'ultima pagina. Voglio svegliarmi in un posto e non sapere se domani avrò ancora voglia di guardare lo stesso albero fuori dalla finestra. C'è una libertà feroce nel non possedere nulla, nel lasciare che le cose scivolino via come l'acqua piovana sui vetri delle macchine abbandonate nei campi. Mi dite che sono un irresponsabile, che alla mia età bisognerebbe avere un piano d'emergenza, una polizza sulla vita, un fondo per i giorni bui. Ma i miei giorni sono già tutti scuri di una luce bellissima che voi non potete nemmeno immaginare, perché siete troppo impegnati a controllare se la porta d'ingresso è chiusa a doppia mandata.
3. La conta dei passi
Ho smesso di contare i chilometri e ho smesso di guardare l'orologio da polso, quello che mi avevi regalato per fare bella figura alle riunioni di famiglia. L'ho lasciato su una panchina vicino alla stazione, chissà chi lo porta adesso, chissà se misura ancora il tempo con la stessa precisione spietata. Io adesso misuro il tempo solo con le sigarette che si consumano tra le dita e con il livello del caffè dentro la tazza di ceramica sbeccata. La libertà non è un concetto astratto da filosofi del fine settimana, è la sensazione fisica di non avere nessuno che ti aspetta per cena e che ti chiede perché ci hai messo così tanto. È l'asfalto bagnato che riflette i fari dei camion sulla statale, il rumore del motore che gira al minimo mentre fuori nevica e tu non hai nessuna fretta di arrivare da nessuna parte. Voglio che la mia vita sia mia e basta, non un pezzo del mosaico di qualcun altro, non la comparsa rassicurante nel film della vostra normalità borghese che mi fa venire la nausea ogni volta che la vedo da vicino.
4. L'odore del ferro vecchio
C'è un cimitero di macchine industriali dietro lo scalo merci dove vado a sedermi quando la testa fa troppo rumore. Il ferro arrugginito ha un odore onesto, sa di fatica finita, di abbandono definitivo, di cose che hanno smesso di servire a qualcosa e per questo sono finalmente libere di marcire in pace. Ecco, io vorrei essere esattamente come quel ferro. Libero dall'obbligo di essere utile, libero dal dovere di produrre qualcosa che giustifichi la mia presenza sul pianeta. Non voglio essere un buon cittadino, non voglio essere un esempio per nessuno, non voglio che si parli di me nei pranzi di Natale come di quello che ce l'ha fatta o che è fallito. Il fallimento è una parola vostra, inventata da chi ha paura del vuoto. Per me esiste solo lo spazio tra un respiro e l'altro, il lusso incredibile di dire di no a tutto quello che stringe il collo come una cravatta troppo stretta il lunedì mattina.
5. Nessun indirizzo sulla busta
Se mi cercate non mi trovate, ed è questa la parte migliore di tutta questa storia. Non lasciate messaggi nella segreteria telefonica perché il telefono l'ho buttato in un fosso tre province fa e adesso ci sarà qualche vipera che ci gira intorno o l'acqua piovana che ha ossidato i circuiti. Voglio la libertà di essere un nome qualunque scritto male sul registro di una pensione a ore vicino al porto, dove le lenzuola sanno di candeggina economica e i vicini di stanza litigano in una lingua che non capisco ma che ha lo stesso ritmo del mio sangue. Non voglio che nessuno sappia dove sono, non per mistero ma per igiene personale, per non avere il peso dei vostri pensieri che cercano di tirarmi indietro verso il centro della stanza. Io voglio stare sul bordo, sul ciglio della strada dove l'erba cresce tra le crepe del catrame e nessuno si prende la briga di tagliarla perché non serve a niente.
6. La colla sui polsi
Tutti i vostri legami sembrano fatti con quella colla rapida che se sbagli a toccarla ti attacca le dita e per staccarle devi lasciarci un pezzo di pelle. Avete paura della solitudine come se fosse una stanza buia piena di mostri, mentre invece è solo una stanza vuota dove finalmente si sente il rumore del proprio respiro senza l'interferenza delle vostre aspettative. Voglio solo la mia libertà di non amare nessuno se questo significa dover rinunciare a un millimetro della mia traiettoria bizzarra. Non chiedetemi promesse che non posso mantenere e non fatemi promesse che mi farebbero sentire in colpa ogni volta che guardo la porta. La bellezza di un incontro sta tutta nel fatto che cinque minuti dopo potremmo non vederci mai più, lasciando solo l'odore del fumo sui vestiti e una sedia spostata di pochi centimetri rispetto a prima. Il resto è burocrazia del cuore, e io con i moduli ho chiuso tanto tempo fa.
7. La terra sotto le unghie
C'è un momento preciso, verso le quattro del mattino, in cui la città tace davvero e rimangono solo i generatori dei supermercati in fondo alla via che vibrano come un cuore meccanico. In quel momento capisci che tutto il sistema è fragilissimo, che basterebbe togliere la corrente per un giorno intero per far crollare tutto il vostro castello di impegni e scadenze. Io voglio essere quello che sta già fuori dal castello quando le luci si spengono. Voglio avere la terra sotto le unghie per aver scavato dove non c'era nessun tesoro da trovare, solo per il gusto di sentire la consistenza del mondo prima che ci buttaste sopra il cemento armato. Non datemi consigli su come gestire il mio tempo, il mio tempo è un animale selvatico che non si fa accarezzare da chi ha le mani profumate di sapone costoso e lo sguardo rivolto sempre verso lo schermo di un computer.
8. L'inverno nei polmoni
L'aria fredda di gennaio guarisce quasi tutto. Ti entra nei polmoni come una lama di vetro e ti ricorda che sei vivo, anche se non hai un conto in banca decente e i tuoi vestiti sanno di fumo e di pioggia presa sui viali della periferia. Voglio la libertà di stare al freddo se mi va, di non dover cercare per forza il calore di una casa che per riscaldarmi mi chiede in cambio l'anima e sette ore di lavoro quotidiano. Voi vi rifugiate nei vostri appartamenti termoregolati, parlate di borsa, di politica, di serie televisive, e intanto fuori c'è l'universo intero che si muove senza di voi e non gli importa niente delle vostre scadenze fiscali. Io sto fuori. Sto sul marciapiede a guardare le nuvole che corrono veloci sopra i tetti delle fabbriche dismesse, e mi sento un re senza corona e senza sudditi, che è l'unico modo onesto di regnare su se stessi.
9. Cani senza collare
I cani della periferia nord non hanno la targhetta col nome e non sanno cosa sia un guinzaglio teso che ti strozza la gola quando vedi qualcosa che ti interessa dall'altra parte della strada. Hanno le orecchie tagliate dai morsi, il pelo opaco e gli occhi dritti di chi sa che il cibo bisogna cercarselo ogni giorno tra i sacchi dell'immondizia dietro la pizzeria. Ecco, io preferisco quella fame lì alla vostra sazietà garantita da un tesserino aziendale appeso al collo. Voglio la libertà di rischiare di non cenare, di sentire quel vuoto nello stomaco che ti tiene sveglio e ti fa odorare l'aria per capire da dove viene il vento. Siete diventati tutti così domestici, così prevedibili nei vostri divani ad angolo che profumano di deodorante per ambienti. Io ho bisogno dell'odore del selvatico, della muffa sui muri, del bagnato che non si asciuga mai del tutto.
10. La linea dell'orizzonte
Se guardi dritto davanti a te sulla linea della ferrovia, a un certo punto i binari sembrano unirsi in un punto solo, ma è solo un trucco ottico, una bugia dello spazio. La verità è che restano paralleli per sempre, vicini ma senza toccarsi mai, ognuno fedele alla propria direzione fino al mare. Io voglio essere quel binario che va dritto verso il nulla senza deviazioni, senza stazioni intermedie dove la gente sale e pretende di dirti dove devi svoltare. Non ci sono svolte nella mia testa, c'è solo un bisogno assoluto di andare avanti fino a quando lo spazio non finisce o fino a quando le gambe non cedono del tutto. Non mi servono i vostri ponti, non mi servono le vostre autostrade a tre corsie con il casello alla fine. Preferisco i sentieri interrotti dalle frane, dove bisogna arrampicarsi e lasciarci le dita per fare un metro in più.
11. Niente da perdere
La gente che ha paura ha sempre qualcosa dentro i cassetti della cucina: le posate d'argento della nonna, le bollette pagate impilate per anno, i medicinali per ogni tipo di mal di testa possibile. Io nei cassetti ho solo polvere e qualche accendino scarico che non fa più scintille. È una sensazione magnifica non avere nulla da difendere dai ladri o dal tempo, non dover mettere l'allarme prima di uscire di casa perché se anche entrassero troverebbero solo il vuoto e una sedia di plastica recuperata da un cantiere. Voglio solo la mia libertà di andarmene lasciando la porta aperta, senza la preoccupazione che qualcuno mi rubi i ricordi. I miei ricordi sono tutti dentro gli occhi e cambiano colore a seconda della luce del giorno, non hanno bisogno di cornici d'argento per restare in piedi.
12. La pioggia sulla faccia
Quando piove forte la gente corre sotto i portici, apre gli ombrelli colorati, si stringe nei baveri dei cappotti come se l'acqua fosse acido venuto giù dal cielo per punirli. Io cammino piano, tengo la testa alta e lascio che l'acqua mi lavi la faccia, mi bagni i capelli fino a farli appiccicare alla fronte. Voglio la libertà di essere ridicolo agli occhi dei passanti, di essere quello strano che non si ripara perché non ha paura di bagnarsi i vestiti vecchi. I vostri vestiti costosi si rovinano con l'umidità, le vostre scarpe di pelle si macchiano, le vostre acconciature perfette perdono la forma. La mia forma è già persa da un pezzo, ed è la cosa migliore che mi sia mai successa da quando ho memoria di me stesso.
13. L'asfalto delle tre di notte
C'è una pulizia speciale nell'asfalto delle tre di notte, quando anche gli ultimi baristi hanno abbassato le saracinesche e i camion dell'immondizia non sono ancora passati a fare quel rumore d'inferno. In quell'ora lì la strada appartiene solo a chi non ha un posto dove andare o a chi ha deciso che il posto dove andare è ovunque. Voglio la libertà di sedermi in mezzo alla carreggiata, sulle strisce pedonali sbiadite, e guardare i semafori che lampeggiano di giallo per nessuno, un ritmo inutile che nessuno sta lì a controllare. Siete tutti a letto a sognare le cose che dovete comprare il mese prossimo con i soldi che non avete ancora guadagnato. Io non ho soldi e non devo comprare niente, e questo mi rende più ricco di tutti i vostri datori di lavoro messi insieme.
14. Le parole che non servono
Mi chiedete sempre di spiegare quello che faccio, di dare un senso logico alle mie sparizioni, ai miei silenzi che durano settimane intere. Ma le parole sono nate per vendere la merce al mercato, per convincere qualcuno a fare qualcosa che non vorrebbe fare. Io non ho niente da vendere e non voglio convincere nessuno della bontà della mia vita sgangherata. Voglio la libertà di stare zitto per tre giorni di fila, di guardare il muro e ascoltare il rumore dei vicini che scopano o che si tirano i piatti senza provare il bisogno di scriverci sopra una riflessione sociologica. La vita accade e basta, non ha bisogno di essere commentata da un gruppo di esperti seduti attorno a un tavolo con i bicchieri d'acqua minerale e i blocchi per gli appunti.
15. Il sole sui vetri rotti
Nelle fabbriche abbandonate il sole entra dai buchi del tetto e dai vetri rotti delle finestre alte, creando dei fasci di luce dove il pulviscolo danza come se fosse vivo. È uno spettacolo bellissimo che non costa niente, che nessun museo metterà mai in mostra e che nessuna guida turistica consiglierà mai nei suoi itinerari per famiglie. Voglio la libertà di passare un intero pomeriggio a guardare quella polvere che gira nell'aria, senza sentirmi in colpa per non aver fatto nulla di produttivo, per non aver contribuito al Prodotto Interno Lordo della nazione. La mia nazione è questa stanza di cemento con le scritte spray sui muri e le piante selvatiche che crescono tra le crepe del pavimento. Qui dentro sono al sicuro da tutte le vostre buone intenzioni.
16. I treni merci non si fermano
I treni passeggeri hanno le carrozze riscaldate, i display che ti dicono la prossima fermata e la voce registrata che ti prega di non fumare e di tenere i bagagli vicino a te. I treni merci invece sono dei grandi blocchi di ferro scuro che viaggiano di notte, fanno un rumore che fa tremare i vetri delle case vicino alla linea e non si fermano per far salire nessuno. Io voglio essere un treno merci. Voglio attraversare la pianura senza fare soste nelle vostre stazioni illuminate a giorno, senza dare spiegazioni sul carico che porto dentro, che poi sono solo i miei anni e qualche giacca consumata sui gomiti. Passare veloci nel buio, lasciare dietro di sé solo un odore di olio bruciato e uno spostamento d'aria che fa muovere le foglie degli alberi lungo la massicciata.
17. Il sapore del pane vecchio
Il pane del giorno prima è duro, bisogna masticarlo a lungo e ci vuole un po' d'acqua per mandarlo giù, ma sa di grano vero, sa di qualcosa che è rimasto nel mondo e non è svanito dopo cinque minuti come le vostre mode estive. Voglio la libertà di accontentarmi di quello che c'è, di non essere schiavo del desiderio continuo di qualcosa di nuovo, di più caldo, di più morbido, di più confortevole. Il comfort è la droga dei vigliacchi, la trappola tesa per farvi restare buoni dentro i vostri recinti dorati. Quando impari a farti bastare il pane duro e un po' di formaggio preso al mercato del mercoledì, non c'è più nessuno che possa ricattarti dicendoti che potresti perdere il tuo stile di vita. Il mio stile di vita è non averne nessuno.
18. La stanza senza specchi
Nelle case dove sono stato c'erano sempre troppi specchi: in bagno, nell'ingresso, dietro le ante degli armadi. Tutti lì a guardarsi per vedere se la faccia è quella giusta, se i capelli sono a posto, se i segni dell'età si vedono troppo sotto le luci alogene. Nella mia stanza attuale non ci sono specchi e io non so che faccia ho stamattina, e non mi importa saperlo. Voglio la libertà di dimenticarmi dei miei connotati, di essere solo un corpo che si muove nello spazio, un pezzo di carne che sente il caldo e il freddo senza la necessità di darsi un voto o di farsi un ritratto da mostrare agli altri. Siete così ossessionati dalla vostra immagine che vi siete dimenticati che sotto la pelle ci sono le ossa, e le ossa non hanno bisogno di essere pettinate prima di uscire.
19. Il rumore dei passi sulla ghiaia
C'è una strada secondaria che porta verso il fiume, tutta fatta di ghiaia bianca che scricchiola sotto le suole a ogni passo che fai. È un rumore antico, lo stesso che facevano i muli cento anni fa e che faranno le pietre quando noi saremo diventati tutti un po' di polvere nera sotto i prati. Voglio la libertà di camminare su quella ghiaia senza una meta precisa, solo per il piacere di sentire quel suono secco che cancella i pensieri stupidi della giornata. Non mi importa dove porta la strada, mi importa il fatto che la sto camminando io, con le mie gambe magre e la mia giacca di velluto che ha perso quasi tutti i bottoni ma tiene ancora un po' di caldo quando il vento gira da nord.
20. L'ultimo fiammifero
Quando ti resta solo un fiammifero nella scatola di cartone, impari a proteggere la fiamma con le mani, a fare cerchio con il corpo per non lasciare che il vento la spenga prima che abbia toccato il tabacco. Ecco, la mia libertà è quell'ultimo fiammifero. La tengo stretta tra i palmi delle mani, ci respiro sopra piano per non consumarla subito, e non lascerò che nessuno ci sputi sopra per il gusto di vedermi al buio insieme a tutti gli altri. Preferisco bruciarmi le dita con la dicitura della cera piuttosto che regalarla a chi vuole usarla per accendere le candele sulle vostre tavole imbandite. È mia, è poca, puzza di zolfo, ma è l'unica luce rimasta in tutta questa pianura di nebbia e di case tutte uguali.
Postfazione
Queste pagine non sono state scritte per fare ordine, né per aggiungere un altro volume sullo scaffale delle buone intenzioni letterarie. Chi cerca qui dentro un percorso guidato, un'introduzione accademica o una spiegazione logica rimarrà deluso, perché la poesia quando è morsa dal bisogno assoluto di spazio non si lascia recintare da nessun commento. C’è un momento preciso nella vita in cui le parole smettono di essere un esercizio di stile e diventano una necessità fisica, un modo per strappare i vestiti di dosso a una realtà che stringe troppo, che pretende di incasellare ogni respiro in un orario ferroviario o in una scadenza burocratica. Queste poesie nascono lì, sul ciglio di una strada statale, tra i muri scrostati di una fabbrica abbandonata e l'odore di tabacco freddo che resta sulle dita alle quattro del mattino. Non c’è nessuna pretesa di insegnare qualcosa a qualcuno, né la voglia di farsi scusare per una vita sgangherata che non ha mai voluto saperne di stare dritta nei binari della normalità borghese. È una voce che parla da sola, nel buio di una stanza senza specchi, non per essere ascoltata a tutti i costi, ma per il semplice fatto che stare zitti avrebbe significato soffocare. La libertà di cui si scrive qui non è un concetto astratto da filosofi della domenica, non è una bandiera da sventolare nei giorni di festa per sentirsi migliori; è la sensazione spietata e bellissima di non avere nulla da perdere, di poter lasciare la porta aperta e andarsene senza guardare indietro, lasciando che gli altri contino i loro passi perfetti mentre noi ci teniamo la polvere, il freddo di gennaio nei polmoni e l’ultimo fiammifero stretto tra i palmi delle mani per difendere l'unica luce rimasta. Non troverete capitoli, non troverete giustificazioni, ma solo il flusso continuo di un uomo che ha deciso di togliersi il collare e di guardare il mondo con gli occhi dritti di chi sa che la fame è sempre preferibile a una sazietà pagata a rate. È un invito involontario a fare altrettanto, o forse solo il rumore di qualcuno che passa veloce nella notte e lascia dietro di sé lo spostamento d’aria di chi è già lontano.

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