«Guardatemi. Voi che state seduti dietro quelle scrivanie di finto legno, sotto la luce al neon che imbianca i vostri volti distaccati, guardatemi. Sono un uomo, non un faldone. Sono carne, sangue, notti passate a fissare il soffitto con il cuore che batte in gola come un animale in trappola, non un numero di ruolo generale scritto a matita sul margine di una cartellina di cartone.
Con che diritto prendete la mia vita, i miei anni, i miei sforzi, e li riducete a un elenco di commi e di articoli? Avete preso il mio nome — il nome che mio padre mi ha dato, il nome che ho difeso per una vita intera — e lo avete infilato dentro un registro, lasciandolo lì a marcire nel dubbio, sotto la polvere dei vostri uffici. Per voi io sono un’ipotesi. Una pratica da sbrigare. Un "soggetto da accertare".
Ma dietro quel fottuto pezzo di carta da bollo c’è una vita che si è fermata. C’è il mio lavoro che trema, ci sono le persone che amo che mi guardano con gli occhi lucidi di paura, c’è il silenzio della mia casa che è diventato un tribunale dove sono contemporaneamente l’imputato e il boia. Voi notificate, timbrate, firmate "in fede", e poi andate a casa a cenare con le vostre famiglie, dimenticandovi che con quel timbro avete spento la luce nella stanza di un uomo.
La vostra freddezza è un crimine più grande di qualunque reato possiate inventarvi. È la violenza di chi non ascolta, di chi non guarda negli occhi. Siete ciechi, protetti dal paravento della burocrazia, scudati da una legge che parla una lingua morta, fatta per non farsi capire. Vi muovete con la lentezza dei ghiacciai, mentre io consumo le mie giornate contandole una a una, come un condannato a cui non è stata concessa nemmeno la dignità di un verdetto.
Cuneo è piccola. Sotto questi portici la nebbia non copre solo le strade, copre anche le parole della gente. Sento i loro sussurri, vedo i loro sguardi che scivolano via, la distanza di sicurezza che tengono da me, come se fossi infetto. E tutto questo per cosa? Per un sospetto. Per un’indagine. Per una macchina che si è messa in moto e che ora non sa come fermarsi senza ammettere di aver sbagliato.
Ma ascoltatemi bene, voi e la vostra cancelleria di ferro: io non mi spezzo. Potete sequestrare i miei documenti, potete analizzare ogni mio centesimo, ogni mia telefonata, ogni mio respiro. Potete lasciarmi solo nel deserto che avete creato intorno a me. Ma la mia verità non la potete mettere sotto sequestro. La mia dignità non entra dentro i vostri cassetti d’archivio. Rimango in piedi, qui, sotto questa luce fredda, a guardare il vostro muro di gomma. E quando questa tempesta di carta sarà finita, io sarò ancora qui. E voi sarete ancora e soltanto dei burocrati senza volto.»
Questo sfogo racchiude la frustrazione di chi subisce il peso di una macchina impersonale. La scrittura è uno dei pochi spazi in cui puoi riprenderti il diritto di parola e di verità.

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