martedì 2 giugno 2026

Il telefono muto (5 poesie di Alessandro Lugli)

 


Il vuoto nelle tasche

Cammino tra la gente e conto i passi che non portano da nessuna parte, mentre le mani cercano un calore che la lana non sa dare. C'è un'ombra che mi segue ma non parla, si limita a ricalcare ogni mia esitazione sul cemento freddo della sera. I lampioni si accendono uno alla volta come promesse mancate, e l'aria sa di fumo e di inverno precoce. Mi chiedo se anche le case vuote sentano il bisogno di finestre illuminate o se preferiscano restare cieche, a guardare l'interno delle proprie pareti spoglie.
La polvere sui mobili
Il tempo si misura in millimetri di grigio che si depositano sulle cose dimenticate. Guardo la sedia vuota dall'altra parte del tavolo e mi accorgo che ha assunto una postura fiera, quasi felice della sua inutilità. La tazza di caffè si è raffreddata ore fa, lasciando un cerchio scuro sul legno chiaro come un timbro di passaggio. Non c'è rumore tranne il ticchettio del frigorifero che pulsa regolare, un cuore artificiale per una stanza che ha smesso di respirare.
Finestre senza tende
Guardare fuori è un modo come un altro per ricordarsi di essere dentro, separati da un vetro sottile che trattiene il fiato. Le auto passano veloci lasciando scie di luce rossa che si dissolvono nell'asfalto bagnato. Nessuno alza gli occhi verso questo terzo piano, nessuno immagina che dietro questa luce accesa ci sia solo un uomo che aspetta il mattino senza una vera ragione. La notte è un oceano nero e questa stanza è una zattera che non galleggia, ma resta sospesa nel nulla.
Il telefono muto
Lo schermo resta nero per ore, uno specchio scuro che riflette la mia stessa fronte aggrottata. Un tempo le notifiche erano fili che mi legavano al mondo, ora sono solo sassi sul fondo di un pozzo asciutto. Imparare il silenzio significa anche capire che nessuno ha l'obbligo di ricordarsi che esisti. Ti volti e vedi solo l'angolo del divano sfondato, dove la forma del tuo corpo è l'unica testimonianza di una presenza costante ma invisibile.
Ritorno a casa
La chiave gira nella serratura con un rumore secco che sembra un colpo di tosse in una chiesa vuota. L'odore di chiuso mi accoglie come un vecchio parente noioso che non ha niente da dire ma esige la tua attenzione. Tolgo le scarpe e il pavimento è freddo, una scossa che risale lungo le gambe fino ad arrivare al petto. Chiudo gli occhi per un secondo e spero che al riaprirli l'arredamento sia cambiato, ma ogni cosa è esattamente dove l'ho lasciata, immobile custode della mia assenza.

Nessun commento:

Posta un commento